Il popolo dell’autunno

Il popolo dell’autunno

Mancano pochi giorni ad Halloween. Per le strade di Green Town, piccolo borgo dell’Illinois, sono comparsi alcuni manifesti: il luna park sta per arrivare in città. Il “Grande Spettacolo Pandemonio di Cooger & Dark” promette meraviglie mai viste: fenomeni come “Mefistofele, il Bevitore di Lava”, “l’Uomo Elettrico”, “l’Uomo Illustrato”, “la Strega della Polvere”, e finanche “la più Bella Donna del Mondo”. Ma anche attrazioni misteriose: “il Labirinto degli Specchi egiziani”, “la ghigliottina del demonio” e “il mostro Mongolfiera”... Alle tre del mattino di quel 24 ottobre, puntualmente, le note di un organetto portate dal vento preannunciano il treno del luna park. Will Halloway e Jim Nightshade, entrambi alle soglie dei loro quattordici anni (sono nati rispettivamente un minuto prima ed un minuto dopo la mezzanotte di un 30 ottobre), vicini di casa e amici fraterni, ascoltano quella strana melodia, che sembra quasi musica religiosa, senza esserlo davvero. Dalle finestre delle loro abitazioni osservano la vecchissima locomotiva che si avvicina trascinandosi dietro i vagoni dove sono stipate le gabbie degli animali e i baracconi. Come obbedendo ad un richiamo, Jim corre a vedere da vicino, seguito da un titubante Will. Il convoglio si è fermato sul vecchio binario morto nel prato vicino al bosco. In uno strano, innaturale silenzio, dal treno scendono ombre, che, mute, sotto il comando di quello che deve essere il direttore, iniziano a montare i tendoni con l’ausilio di un immenso pallone aerostatico. Tutto avviene in una sorta di atmosfera irreale. E nel buio e nel silenzio quelle stesse ombre, completato il lavoro, e la stessa mongolfiera, svaniscono. L’indomani i timori della notte sembrano dissiparsi: il luna park è là, con le tende gialle, i chioschi coloratissimi, i profumi dello zucchero candito, dei salsicciotti e dei dolciumi. Will e Jim si aggirano tra i tendoni, cercando indizi delle inquietanti visioni della notte, senza trovarli. Solo il Labirinto degli Specchi sembra conservare un’aria sinistra. E quando la signorina Foley, la loro maestra, si dirige proprio verso quella attrazione, ove pensa si sia smarrito suo nipote, i due avvertono distintamente i capelli rizzarsi sulla testa, e, inutilmente, provano a fermarla...

“Per questi esseri, l’autunno è la stagione normale, l’unica stagione, e non c’è per loro altra scelta. [...] Scatenano il temporale umano per le anime, divorano la carne della ragione, riempiono le tombe di peccatori. Si agitano freneticamente. Corrono come scarafaggi, strisciano, tessono, filtrano, si agitano, fanno oscurare tutte le lune e rannuvolano le acque chiare. La ragnatela li ode, trema... si spezza. Questo è il popolo dell’autunno. Guardatevi da loro”. I lettori accaniti di Stephen King non faticheranno a trovare nelle sue opere, da It a Cose preziose, rimandi e citazioni di questa che considerava come l’opera più riuscita di Ray Bradbury, tanto da dedicargli un appassionato capitolo in Danse Macabre, il suo corposo saggio sul tema dell’orrore, in cui lo definiva “un racconto morale di horror”, evidenziandone elementi riconducibili a quella corrente narrativa definita “nuovo gotico americano”, ove il nucleo dell’elemento terrorizzante è rappresentato, in modo diretto o mediato, dal contatto con la nostra parte pulsionale, profonda, caotica, oscura, inconfessabile. Il popolo dell’autunno (in originale Something Wicked This Way Comes, ovvero Qualcosa di perverso viene verso di noi, titolo tratto da una scena del Macbeth di Shakespeare, citata nel testo) fa parte del “ciclo narrativo di Green Town”, nome immaginario dietro cui Ray Bradbury celò Waukegan, la piccola città dell’Illinois dove aveva trascorso gran parte dell’infanzia. Uscito come racconto intitolato Black Ferris sulla celebre rivista “Weird Tales” nel 1948, pubblicato come romanzo nel 1962, il testo, prima di trovare la sua forma conclusiva, era già divenuto soggetto cinematografico: Bradbury avrebbe voluto vederlo sul grande schermo con Gene Kelly - a cui il libro è dedicato-, come interprete, ma nonostante l’impegno dell’attore non furono reperiti i finanziamenti necessari a produrre la pellicola. Sarà la Walt Disney Pictures, anni dopo, nel 1983, a ricavarne uno dei pochi film horror autonomamente realizzati (distribuito nel nostro Paese con il titolo Qualcosa di sinistro sta per accadere), con Jack Clayton alla regia e gli iconici Jonathan Pryce e Pam Grier nelle vesti rispettivamente di Mr. Dark e della Strega della Polvere, su soggetto e sceneggiatura firmati dallo stesso Bradbury, che disconoscerà, assieme al regista, alcune delle modifiche apportate dalla major di Topolino & Co. in post-produzione. La narrazione si pone al confine tra l’horror ed il fantastico, sorretta da una prosa intessuta di poesia, avvolgente, che racconta la nostalgia per quel momento di passaggio tra l’infanzia, con i suoi riti e le sue magie, e l’adolescenza, con il suo significato di perdita dell’ingenuità, a volte dell’innocenza. Bradbury riversa nel racconto il suo amore per le biblioteche, la sua visione dell’amicizia e dei legami, come quello tra padre e figlio (nella figura di Charles Halloway, il bibliotecario padre di Will, l’autore ha, a suo dire inconsapevolmente, reso omaggio al suo papà). Esplora il tema della tentazione, termine dietro cui si cela spesso la mera illusione di poter manipolare il tempo, e della battaglia costante tra Bene e Male che vede negli agenti esterni (Mr. Dark e il suo caravanserraglio di mostri, elemento dionisiaco - come notava King - caotico, tenebroso, e al contempo attraente, che irrompe nella apollinea, ordinaria, luminosa vita dei protagonisti) solo meri catalizzatori di quel percorso interiore che ogni uomo, istante per istante, si trova a compiere. Del resto, chi saprebbe affrontare il Labirinto degli Specchi della premiata ditta “Dark & Cooger” ed uscirne incolume?



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