Il pozzo e l’ago

Il pozzo e l’ago

Perché si scrive? Bella domanda. Anzi no, brutta domanda. Poiché nemmeno lo scrittore sa bene l’origine di questo impulso, questo slancio, afflato, bisogno, desiderio, vizio, chiamatelo come volete: è meglio non chiedere. Più facile a farsi che a dirsi, dunque? Neanche per sogno. E poi, scrivere cosa? Poesia, narrativa? O scrivere un testo che parli di poesia o di narrativa? Pessoa diceva che si scrive per simulare la verità ed evitare così di essere nulla. Vero. Anche Daniel Pennac è più o meno della stessa opinione quando afferma che “l’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale”. E ancora Pennac accenna alla solitudine dello scrittore e del lettore. Solitudini benedette e maledette allo stesso tempo, poiché un libro ci fa stare da soli ed è una compagnia che non sostituisce nessun’altra ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Interlocutore unico ma non univoco, diverso per ciascuno di noi. Chi scrive, si diceva, lo fa per svariati motivi che hanno però radici comuni: per confessare le proprie crisi intime e tentare di risolverle o per conoscere se stessi attraverso i personaggi e le loro azioni in una mescolanza di realtà e finzione; mescolanza che, durante la scrittura, si trasforma in libertà estrema di espressione. “Essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli” dice Orhan Pamuk. Filtrarle attraverso le voci dei personaggi è per un autore, dice invece Philip Roth, una “complessa, camuffata lettera a se stesso.” Autentico atto liberatorio che potenzialmente può esprimersi in infiniti modi, e che nasce per la paura di essere, in definitiva, dimenticati. Scrivere è un dovere-piacere, è la soddisfazione di un’intima urgenza, faticosa sì ma, come dice Petrarca, “non c’è cosa più lieta” e che “gli altri piaceri sono fuggevoli e dilettando fan male; la penna reca gioia quando la si prende in mano e soddisfazione quando la si depone”…

“Scavare un pozzo con un ago è un modo di dire turco che descrive il lavoro dello scrittore”. Sono sempre parole di Pamuk che rendono bene la distanza che c’è tra l’autore e il suo romanzo ancora da costruire. Il linguista e critico letterario Gian Luigi Beccaria, lungi dall’idea di voler scrivere un manuale sulla scrittura, affronta la domanda sfogliandola come una margherita i cui petali sono risposte sempre giuste. Certo è che la letteratura, quella vera, non è mai puro intrattenimento, perché la scrittura è impegno, è ricerca, è studio e confronto fuori e dentro di noi. Per molti autori la costruzione di mondi immaginari serve a erigere un muro contro il disgusto e la rabbia verso una realtà che rifiutano e contro la quale vogliono, con il loro romanzare, esprimere indignazione. Leggere un libro che parla di scrittura, sviscerando l’argomento con competenza e chiarezza è perciò un esercizio prezioso e utile per i lettori curiosi di addentrarsi nei meccanismi di un romanzo, ma anche per coloro i quali intendessero approcciarsi alla scrittura senza buttarsi a caso nel mare della letteratura. Lo scrittore, a volte, non si rende conto che la parola è azione. La sua azione, dunque, la sua parola, ha bisogno di essere spiegata da mani estranee, perché la creazione spesso è nascosta persino al proprio autore. Anche per questa ragione testi come Il pozzo e l’ago sono utili, sono necessari. Per dare modo agli stessi autori di riscoprire il suono delle proprie parole, le trame foniche dei poeti, ricordandosi di avere in mano qualcosa di molto prezioso ed estremamente delicato nella sua complessità, uno strumento strettamente legato alla vita. Perché a differenza del pittore e del musicista, che per creare le loro opere devono usare un mezzo artificiale come i colori e le note, lo scrittore usa una lingua, che è mezzo di scambio quotidiano. La lingua porta con sé della musica il ritmo, si trasforma in una vera e propria esecuzione quando è fatta come si deve. Quello che è importante sapere è che scrivere narrativa non è ricordare, non è un semplice esercizio di elencazione cronologica e mnemonica, ma è il frutto di un percorso di immaginazione, di invenzione durante il quale l’autore, mano a mano che il racconto procede, diviene sempre meno protagonista, lasciando la voce ai personaggi. Un flusso quasi inconsapevole, come se la testa non sapesse nulla di ciò che la sua mano scrive. Parola di Ludwig Wittgenstein.



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