Il preside

Il preside

Fuori la scuola di via Olina a Torre Maura, accanto al Grande Raccordo Anulare, ci sono macchine della polizia, giornalisti, persone che si accalcano per vedere e capire cosa sta accadendo. Molti seguono lo sviluppo degli eventi anche in televisione. Il preside si è barricato all’interno, e ci sono anche due ostaggi, la professoressa Micheli e Giorgio, uno studente ripetente della quinta A. Si erano attardati in bagno per fare le loro porcherie, lui non voleva sequestrare nessuno. Ha organizzato tutto con meticolosità, comprando catene e lucchetti dai ferramenta del suo quartiere, anche da quelli più lontani, e ha portato con sé anche la doppietta con una cartuccia sola. Al termine delle lezioni ha chiuso tutte le porte e si è asserragliato dentro. Si sente un antico capo indiano. In strada il commissario parla al megafono, con voce pacata, profonda e subdola, cerca di convincerlo a desistere da questo gesto folle, da questa pagliacciata. Il preside risponde, pensa, ricorda, immagina. Ripercorre la sua vita, fatta di sogni infranti, errori, fallimenti. Attraverso una porticina di ferro, giù nei magazzini, esce dalla scuola e cammina fino alla casa dove ha abitato da bambino e da ragazzo, su via Nomentana. Qui parla con la madre, morta tanti anni prima. Lei gli chiede spiegazioni su quello che sta facendo. Poi è da capo nella scuola, da cui non si è mai allontanato. La professoressa Micheli e Giorgio sembrano improvvisamente schierarsi dalla sua parte, gli confidano i segreti delle loro vite infelici. Nel frattempo sale sul lastrico dell’edificio, dove c’è un abbaino. Lì dentro squilla un telefono nero, di bachelite. Quando alza la cornetta sente la voce melodica di Carola, la ex moglie. Ormai sono venti anni che lo ha lasciato, è scappata da una gabbia che la stava uccidendo. Prima dell’alba il commissario fa irruzione nell’istituto e dopo un ultimo dialogo...

Nel suo ultimo lavoro Marco Lodoli ci fa entrare in un liceo della periferia romana, dove un preside, prossimo alla pensione, si è barricato dentro, armato del suo fucile da caccia, e tiene in ostaggio due persone. In quella stessa scuola è stato studente, poi insegnante per trent’anni, e da ultimo dirigente scolastico. E adesso, invece di pensare a congedarsi dopo anni di lavoro, assume le vesti di un antico capo indiano. Nelle pagine del libro (non molte, un centinaio) il protagonista, voce narrante in prima persona, attraverso un monologo interiore, espone i propri pensieri, i ricordi, le emozioni, elabora una profonda autoanalisi. Ripercorre la sua vita (soffermandosi su alcuni eventi in particolare), pensa agli errori, ai fallimenti, alle “gentili sconfitte e rassegnazioni”, pone sotto una personale lente d’ingrandimento il suo modo di pensare, il suo idealismo (considerato dannoso dal viceministro), il suo modo bizzarro di concepire l’insegnamento (che certo si distacca molto da quella ortodossia educativa che ritiene debba essere lasciata ammuffire nelle stanze ministeriali), il ruolo della scuola nella società. Le tematiche sulle quali si è invitati a riflettere sono molte, da quelle più strettamente afferenti la sfera privata a quelle di interesse più collettivo, al punto che ciascuno si soffermerà su quelle che fanno vibrare maggiormente le corde del proprio animo. Alcuni passaggi centrano il bersaglio in pieno. Ad esempio, l’importanza di “difendere a ogni costo lo spazio ridotto della propria vita interiore, non far calpestare a nessuno quel metro quadro di neve bianca”, il modo di concepire la cultura, che non può ridursi ad un “cortile ombroso dei disperati, dei falliti, degli impotenti... quattro mura coperte di scritte, e un quadrato piccolo di cielo sopra”, non deve limitarsi ad un accumulo di saperi, di conoscenze, né essere circoscritta in una logica di performance o funzionalizzata alla ricerca di una collocazione (lavorativa) nella società. La cultura deve essere considerata l’unica possibilità di allargare gli orizzonti, acquisire una propria visione del mondo, accendere una luce interiore, diventare ciò che si è, sensibilizzare gli animi. In questa direzione, peraltro, dovrebbe orientarsi anche la scuola e la funzione educativa a cui deve assolvere, ben lontano dal pensiero di Freud per cui l’educazione consiste in una lunga opera di repressione. Infine la considerazione che “tutto va come deve andare, arriva e va via e quasi non ce ne rendiamo conto”, che si vivono anni interi senza accorgersene, come “sonnambuli su un cornicione”. Il preside è un bel romanzo, psicologico e intimistico, sospeso tra realtà e immaginazione, un viaggio esistenziale che non può non ispirare e stimolare la ricerca degli “spazi grandi della felicità” dove poter vivere.



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