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Il primo che passa

Il primo che passa

Nel quartiere in cui vive, Pierpaolo sa che chi abita più in alto gode di un privilegio che diventa rispettabilità. E lui, con la sua famiglia, ha avuto la fortuna di viverci, in alto. Il panorama che osserva da casa è una distesa di tetti, di antenne che svettano arrugginite e di verande costruite abusivamente. Anche se per la cronaca si tratta di un luogo inquinato - a causa della discarica che sorge lì vicino e manda, specie di sera, un odore pestilenziale - il suo quartiere ha la pretesa di presentarsi come una provincia settentrionale, dove anche il più disgraziato degli uomini può atteggiarsi a piccolo imprenditore e rintanarsi in un villino difeso da alti cancelli, telecamere super accessoriate e, perché no, un paio di cani da guardia. Suo padre però non ama i villini, li trova di dubbio gusto. Preferisce far nascere dal nulla alte palazzine sulla cui facciata fa stampare il simbolo di riconoscimento della sua impresa, una specie di rosa dei venti che sembra un vero e proprio stemma nobiliare. Pierpaolo non si interessa troppo degli affari del padre. Lo vede perennemente al telefono, intento a parlare con personaggi dai soprannomi impronunciabili e a citare luoghi o persone di cui non sa assolutamente nulla. Anche la madre, casalinga, gli appare piuttosto disorientata nel suo ruolo, dal momento che la maggior parte delle incombenze vengono affidate a Rafilina, la donna di fiducia di casa Tammaro. D’altra parte, anche i suoi genitori sanno poco o nulla della vita del figlio. Si accontentano di sapere che è un bravo ragazzo, dalle idee progressiste e ben istruito. E tanto basta. Al liceo Pierpaolo ha conosciuto Angelo e l’esuberanza di quest’ultimo lo ha completamente travolto. Per tutto il tempo della scuola i due hanno fatto coppia e nessuna ragazza è mai riuscita a dividerli. E Angelo ne ha sempre avute parecchie, di ragazze...

Si legge tutto d’un fiato il romanzo d‘esordio del trentenne napoletano Gianluca Nativo. È il romanzo di formazione e iniziazione, prima sessuale poi sentimentale, del protagonista Pierpaolo Tammaro, giovane cresciuto in un quartiere popolare alla periferia nord di Napoli, in una condizione di privilegio. Osserva infatti la sua città, le sue bellezze e il suo squallore - con gli occhi di chi nella periferia è nato e cresciuto - dall’alto della terrazza dell’appartamento in cui vive, all’ultimo piano di una palazzina costruita dal padre. Studia medicina, frequenta lo stesso gruppo di amici da sempre ed è corteggiato dalle ragazze. Tuttavia, pare vivere in una sorta di limbo, reso più complicato da una sessualità che non segue le norme, non scritte ma consolidate e profondamente radicate, e si rivela piuttosto difficile da comprendere, anche perché il ragazzo realizza di non avere modelli da seguire, né tra gli amici né nell’ambiente familiare. Pierpaolo è attratto dagli uomini. Allora - quando tutto si sgretola e anche la sicurezza rappresentata dal terrazzo di casa viene meno - il protagonista finisce per affidarsi al primo che passa, ad uno sguardo anonimo per strada, ad un corpo sfiorato su un autobus, a incontri fugaci in parcheggi defilati, a serate trascorse in compagnia di volti e corpi senza nome. Pierpaolo ricerca ogni volta se stesso nell’altro, ma solo quando si troverà ad affrontare la sua prima relazione emotiva realizzerà che, finalmente, la sua vera educazione sentimentale è in atto. Un percorso difficile, fatto di delusioni ed errori; un percorso compiuto in solitaria, concedendosi tutto il tempo necessario per conoscersi a fondo e accettarsi. Solo Napoli lo segue in ogni passaggio, brilla quando lui è sereno e si rannuvola di fronte alle sue sofferenze, gli offre bellezza e desolazione e gli insegna che la felicità non sempre fa rima con il privilegio. Un romanzo denso e profondo, scritto senza esprimere giudizi e senza fornire risposte agli interrogativi disseminati, qua e là, tra le pagine. È la storia della costruzione di un’identità, che si compie e si realizza nel momento in cui si riesce, finalmente, a trovare se stessi nella profondità del proprio sguardo.