Il Quartetto Rosendorf

Il Quartetto Rosendorf

“Vado a suonare in un’orchestra provinciale, messa su per ragioni umanitarie, con l’ansia per il futuro”. Kurt Rosendorf, ebreo, lascia la famiglia in Germania e nel 1936 parte per prendere servizio come violinista nella neonata orchestra filarmonica della Terra Promessa. Approda a Tel Aviv, una città nuova, fondata poco più di vent’anni prima. Per un paese di profughi e di speranze, quella compagine musicale rappresenta la più importante istituzione culturale, tanto che il primo evento pubblico riceve l’onore di essere diretto da Toscanini, e il grande e venerato direttore accetta “per amore dell’umanità”. Kurt, tuttavia, continua a sentirsi sradicato finché non fonda un quartetto d’archi: come una missione personale, mette insieme altri tre musicisti per trovare una patria suonando musica da camera, con un repertorio più libero e intimo e regolando gli equilibri fra strumenti e stati d’animo, nostalgie e fughe dalla realtà. Il secondo violino è Konrad Friedmann: idealista, acceso sionista, possiede l’orecchio assoluto e vive la sua arte come una religione, qualcosa che scuote l’anima e che lo distanzia dai coetanei tedeschi che, in patria, “sfilano inquadrati e impettiti e con il mento volitivo”. Alla viola c’è Eva Staubenfeld: il suo fascino è algido e presuntuoso, ma “suona talmente bene che le è consentito di essere bella”; il carattere ambizioso e non poco turbato dal passato non le consente invece rapporti semplici con i colleghi. Bernard Litowsky, il violoncellista, è un uomo dissacrante, spesso sgradevole, osserva e giudica le altrui abitudini sebbene non sia privo di un lato oscuro. Egon Loewenthal non fa parte del quartetto. “Scrittore senza lingua” e senza patria, inquieto e preoccupato ha, alle spalle, l’esperienza nel lager di Dachau: fu spedito lì dai nazisti imbestialiti per l’humor nero dei suoi scritti. Nella nuova terra decide di tenere un diario dell’esilio ma in corso d’opera l’impeto autobiografico cede verso il romanzo. Racconterà proprio la storia del Quartetto Rosendorf...

Cinque personaggi prestano la propria voce per costruire coralmente l’intensa esperienza di vita e di arte in un tempo ostile e in una terra straniera. Egon, il personaggio non-musicista, che stravolge i piani di lavoro passando dalle memorie personali al diario collettivo, entra così nelle vite dei quattro strumentisti, con i quali condivide destino e amicizia. Un’operazione analoga l’ha compiuta anche l’autore “reale” del romanzo, israeliano, ebreo ed ex musicista classico. Nathan Shaham, scomparso nel 2018 a 93 anni, ha anche combattuto nel conflitto contro gli arabi nel 1948, è poi stato addetto culturale dell’ambasciata del suo Paese a New York e vicedirettore della radiotelevisione israeliana. Dopo aver abbandonato la viola, ha scritto diversi romanzi e saggi; Il Quartetto Rosendorf è finora l’unico libro tradotto in italiano. La prosa di Shaham potrebbe ricordare il caloroso stile di Sándor Márai: una narrazione in prima persona che entra discreta ma sincera nei cinque personaggi, così diversi e talvolta apertamente in lotta; il ritmo del tempo presente del verbo che avvicina e avvince il lettore. Se sullo sfondo della storia ci sono le notizie sempre più terribili che giungono dall’Europa, con l’ascesa incontrastata di Hitler e la diffusione dell’antisionismo, il nucleo del racconto è l’intreccio delle relazioni all’interno del quartetto. E, ovviamente, c’è tanta musica con i suoi contrasti: i quattro non devono solo scegliere fra la tradizione romantica tedesca e i nuovi influssi che arrivavano da Schönberg ma anche risolvere i compromessi richiesti dal gioco di squadra. Si autoanalizzano in flussi di coscienza, ognuno con il proprio disorientamento e rovello interiore, e provano a immaginare il futuro provando a dare significato al passato. Del resto, la vita è, come i concerti, “un esperimento che può anche non riuscire”.



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