Il ragazzo in soffitta

Il ragazzo in soffitta

Berardo (Dedo per gli amici) vive a Bologna e frequenta il liceo Minghetti. Ha un fratello, Follo, che è autistico, mentre i suoi genitori sono separati: suo padre, milanista sfegatato (passione che ha tramesso anche ai figli), ha abbandonato la madre per andare a convivere con una fioraia più giovane. Completa il grazioso quadretto familiare Teta, donna ucraina che dà una mano nelle faccende di casa. I migliori amici di Dedo sono Loré, casertano trapiantato a Bologna, la Grechi e Bertoni. E poi c’è Olimpia, che è la più bella di tutte, ma a Dedo non se lo fila proprio per niente. Insomma, quella di Dedo è un’esistenza tranquilla, destinata però a venire stravolta al primo giorno del nuovo anno scolastico. A sconvolgerla è Giulio, un ragazzo di origine triestina, che si è trasferito a Bologna da Reggio nell’Emilia, ed è finito ad abitare nella mansarda che affitta la madre di Dedo. Giulio è un ragazzo un po’ sfigatello, timido e impacciato, ma bravissimo in latino; tenta in tutti i modi di fare amicizia con Dedo, riuscendoci anche, almeno fino a quando un passato oscuro, di cui non era a conoscenza, gli piomba addosso...

Rileggendo l’intervista che un po’ di tempo fa Mangialibri fece a Pupi Avati, c’è un passaggio che più di tutti torna alla mente dopo aver letto Il ragazzo in soffitta, romanzo d’esordio dell’autore. L’intervista uscì in occasione della biografia Sotto le stelle di un film e in essa Avati parla del suo rapporto con questo genere: “Quando leggo una biografia il capitolo che vado a leggere per primo è sempre quello che riguarda la morte: parto sempre da lì e poi, come un lungo flashback, rileggo il libro da capo. Non so il perché, ma forse debbo capire come e a che punto si è conclusa la vicenda”. Ne Il ragazzo in soffitta questi elementi citati – la morte, il flashback – sono il fulcro attorno al quale gira la storia. La morte, e in senso lato il gusto per il macabro, fanno un po’ parte della poetica del regista e scrittore bolognese, che tanto bene ha espresso nei suoi due capolavori cinematografici La casa dalle finestre che ridono e Zeder, e in quello che ad oggi è il suo secondo romanzo, Il signor diavolo (in cui tra l’altro ricorre il tema della deformità fisica e dell’handicap mentale). Attorno alla morte ruota poi la storia di Samuele, il padre di Giulio, raccontata attraverso numerosi flashback, una figura della quale Avati si serve per dare un volto al male, sia fisico che psicologico. Tuttavia, sebbene il continuo andirivieni nel tempo aiuti il narratore nella spiegazione, rappresenta purtroppo il vero punto debole della storia: le copiose retrospettive fiaccano infatti le vicende di Dedo e Giulio, sbrigate velocemente e non approfondite in maniera esaustiva. Ma dopotutto è un esordio, e gli esordi difficilmente sono impeccabili.



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