Il ragazzo sul ponte

Sono passati dieci anni dalla “Catastrofe”. Samrina Khan, epidemiologa, per tutti Rina, fa parte dell’equipaggio di sei scienziati e sei soldati del “Rosalind Franklin”, “Rosie”, come l’hanno familiarmente soprannominata, il laboratorio mobile corazzato e cingolato in cui sono riposte le ultime speranze dell’umanità. In quella equipe lei ha imposto la presenza di Stephen. Stephen Greaves, quindici anni: “il Robot”, per i militari, che non sanno immaginare la complessità e la profondità della sua mente dietro quello che è stato etichettato come “disturbo dello spettro autistico”. Nessuno sa che ruolo davvero svolga in quella missione, ma lei, che l’ha salvato dalla morte tempo addietro e se ne è presa cura intuendone subito il genio nascosto, nutre una fiducia sconfinata nel suo reale potenziale. Tempo addietro, un altro laboratorio, il “Charles Darwin”, aveva lasciato la base sicura di Beacon, la cittadella fortificata dove avevano trovato rifugio quel che restava del governo britannico e le poche migliaia di persone che i militari erano riusciti a salvare quando l’epidemia era dilagata senza controllo. I membri della squadra del “Charles Darwin” sono morti, ma hanno lasciato campioni sul campo da recuperare. Lo studio di quei campioni, e l’ottenimento di altro materiale, è quanto rimane per cercare di capire se qualcosa nell’ambiente è in grado di inibire, se non curare, il Cordyceps, il fungo mutato che si insedia nel sistema nervoso degli infetti e li trasforma in esseri che rapidamente perdono ogni capacità di raziocinio, gli “hungrie”: morti che non sanno di essere cadaveri, zombie affamati, veloci, letali. La dottoressa Khan sa che la missione iniziata da poche settimane durerà quindici mesi. E ha appena scoperto di essere incinta…

“Greaves è incantato, è così eccitato che riesce soltanto a ricordarsi di respirare. I bambini si spostano nella sua testa, semioticamente alla deriva. Sono hungrie, ma non sono hungrie. Hanno l’urgenza di nutrirsi che li caratterizza, la forza soprannaturale e la velocità, ma sono esseri sociali con un certo grado di intelligenza. Il Cordyceps fa tabula rasa delle menti e poi ci scrive una sola parola: CIBO. […] i bambini, come ha pensato quando ha visto la ragazzina per la prima volta, come ha sperato, sono davvero una creatura nuova e senza precedenti. Ha trovato una terra di mezzo che non c’era mai stata prima”. Mike Carey, classe 1959, sceneggiatore di fumetti con esperienza pluriennale nella “DC Comics” (sua la firma di Lucifer, fumetto spin off di Sandman - la celebre creazione di Neil Gaiman - da cui è stata tratta la serie televisiva omonima), che usa M.R. Carey come pseudonimo, riprende in mano la distopia zombie de La ragazza che sapeva troppo - romanzo amato dal pubblico e dalla critica, da cui è stata tratta l’omonima pellicola diretta da Colm McCarthy con Sennia Nanua nella parte di Melanie, la bambina hungrie -, e ne scrive il prequel. L’azione si svolge dieci anni prima rispetto agli eventi narrati nell’opera precedente: al centro del racconto troviamo ancora una volta la figura di un giovane personaggio con difficoltà di adattamento e la sua dinamica relazionale con un mentore, una figura di riferimento para-genitoriale, grazie alla quale potrà acquisire consapevolezza ed autodeterminazione. Tuttavia, rispetto al precedente scritto, il testo perde non solo la maggior parte delle connotazioni horror e splatter - per rientrare nella sfumata cornice dell’urban fantasy -, ma, pur reggendosi su una trama ben costruita, anche la forza narrativa e l’originalità con cui veniva declinato il tema “zombie” ne La ragazza che sapeva troppo. Espliciti i rimandi al capolavoro di William Golding Il signore delle mosche (https://www.mangialibri.com/libri/il-signore-delle-mosche), citato nel testo; i lettori più appassionati di scienza non si faranno sfuggire l’omaggio a Rosalind Franklin, la prima ricercatrice a scoprire mediante la cristallografia la struttura a doppia elica del DNA, la cui scoperta non venne mai riconosciuta nel corso della breve esistenza (il Nobel andò a James Dewey Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins quattro anni dopo la sua morte avvenuta a soli 37 anni: i tre omisero di citarla persino nel discorso di ringraziamento). Finale costruito per rispondere agli interrogativi lasciati aperti anche dal precedente volume, e, forse anche per questo, con mordente ridotto.

 


 

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