Il ritorno di San Giorgio

Il ritorno di San Giorgio

È un nebbioso pomeriggio di febbraio, a Ferrara, quando dal fondo di Corso Porta Reno fa la sua comparsa uno strano individuo in groppa ad un cavallo. Si dirige verso la Curia. All’usciere che gli si para davanti, spiegandogli che il vescovo non può riceverlo senza appuntamento, tanto più che, proprio in quel momento, è in riunione con il sindaco, risponde: “Tanto meglio! Così saranno due piccioni con una fava. Avevo proprio in animo di andare dal sindaco subito dopo aver parlato con il vescovo. Mi annunci, dunque, buon uomo! Sono San Giorgio, il patrono di questa città”. Quando il sindaco ed il vescovo si ritrovano davanti lo strano personaggio pensano ad un matto, che dovrà essere assecondato. Nonostante sia armato di lancia, il sedicente San Giorgio sembra essere inoffensivo: dice che il drago è tornato, si annida da qualche parte in città, e lui è venuto a dargli la caccia. Il terremoto che ha squassato Ferrara ne è solo una delle manifestazioni. Ma perché la bestia si è di nuovo insediata nell’antica capitale degli Estensi? Il Santo non ha dubbi: “… Ha trovato un terreno propizio! C’è malanimo in questa città, c’è qualcosa di insoluto qui che imputridisce. Dovrete occuparvene, prima o poi. Ed è lì che il drago prospera”…

Nel febbraio 2018 Fabrizio Gatti, giornalista del settimanale “L’Espresso”, firmava un articolo che indagava sulle radici del disagio, del diffuso malessere, del senso di decadenza che sembrava permeare a fondo il capoluogo di provincia emiliano-romagnolo: “C’era una volta il mito della provincia italiana, – scriveva Gatti – l’urbanistica a misura di persona, la qualità della vita come bandiera. Certo, c’era. La crisi, l’invecchiamento degli abitanti, il crollo demografico hanno azzerato i parametri. Ferrara è una vetrina che espone le contraddizioni della decrescita italiana. Dieci anni fa la recessione l’ha investita che sembrava ancora un borgo felice. Oggi la restituisce con gli stessi dolori di una metropoli post industriale”. Diego Marani, classe 1959, giornalista, traduttore, funzionario della Commissione Europea, linguista ed inventore nel 1996 dell’Europanto, lingua artificiale nata per gioco, il cui vocabolario è ricavato (con una buona dose di fantasia ed improvvisazione) da termini presi da diversi idiomi europei, nel 2000 è stato vincitore del Premio Grinzane Cavour con Nuova grammatica finlandese; nel 2002 con L’ultimo dei vostiachi si è aggiudicato il Premio Campiello. In questa storia, Ferrara ed i suoi abitanti, pur argutamente tratteggiati dall’autore nei loro particolarismi, nel loro disincanto pronto a trasformarsi in indifferenza (“Non sono fatti miei, si dicono i ferraresi per correggere le frequenti deviazioni dalla realtà cui li espone la loro città e con questa magica formula si tengono fuori dalle contraddizioni del complicato mondo”) divengono fatalmente la superficie riflettente narrativa in cui poter scorgere l’ombra dell’intera nazione. Lo scrittore si diverte a costruire una fiaba moderna, un racconto fantastico con venature umoristiche che ricordano lo stile di Achille Campanile, che scorre via veloce, e strappa più di un sorriso al lettore, senza risparmiargli alla fine un retrogusto amarognolo.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER