Il saltatore del muro

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Vive da vent’anni a Berlino, la città siamese, e quello che più gli piace della metropoli è ciò che la distingue da Monaco, Amburgo o Francoforte: i resti delle rovine, dove sono cresciuti arbusti che hanno ormai raggiunto l’altezza di un uomo; le immagini pubblicitarie, ormai sbiadite, che reclamizzano liquori o sigarette ormai scomparse; i buchi dei proiettili sulle facciate dei palazzi. Ama Berlino in particolar modo nel mese di agosto, quando molti sono in ferie e sotto ai tergicristalli delle auto parcheggiate si accumulano i manifesti pubblicitari di un qualsiasi spettacolo, quando le saracinesche dei negozi sono chiuse e dietro le porte aperte dei bar le sedie sono quasi tutte vuote. Se gli si chiede se non sia strano vivere in una città chiusa dal filo spinato e dal cemento, risponde che in realtà a Berlino non si vive diversamente che in qualsiasi altra città. Il muro, in realtà, non lo vede quasi più, sebbene sia una delle pochissime costruzioni riconoscibile ad occhio nudo persino dalla luna. Sulla cartina di Berlino Ovest il muro non è facilmente individuabile, perché è rappresentato da una sottile linea tratteggiata rosa che divide la città. Sulla cartina di Berlino Est, invece, il mondo con il muro finisce. Quando è venuto a vivere a Berlino, la costruzione del muro era appena stata terminata e le sue prime spedizioni dall’altra parte non erano particolarmente stimolanti: ne approfittava per andare al Berliner Ensemble, per salutare lontani parenti o per chiacchierare in un bar vicino al Prenzlauer Berg. Di quelle prime visite ciò che ricorda maggiormente è l’odore, un odore misto di disinfettante, verdura, binari di ferro roventi e miscela di benzina. Solo in seguito, quando si recava a Berlino Est, ha cominciato ad avere la sensazione che la mezza città dietro il muro, la città ombra, la copia di Berlino Ovest, gli fosse stata in realtà familiare sin dall’inizio…

La Nave di Teseo ripubblica questo romanzo divertente e drammatico allo stesso tempo di Peter Schneider, uscito per la prima volta nel 1982, sette anni prima dello storico abbattimento del Muro che divide in due parti la città di Berlino, una città che cerca, in entrambe i lati, di condurre un’esistenza ai limiti della normalità. Molti, nei quasi trent’anni in cui quei centocinquanta chilometri ed oltre di cemento e filo spinato dividono i due mondi, provano a saltarli illegalmente, in entrambe le direzioni, per le più svariate ragioni. C’è chi si sposta da un lato all’altro alla ricerca di storie interessanti, chi cerca di sfuggire al sistema, chi è alla ricerca di una nuova vita e chi si muove da un lato all’altro della città solo per il mero piacere di farlo. Per il popolo dell’Est il muro rappresenta la fine della libertà ed il desiderio maggiore è quello di superare quella barriera. All’Ovest, invece, lo si definisce muro della vergogna, ma non si perde troppo tempo a farsi domande. Il Muro è quindi paragonato ad un enorme parco di divertimento e saltarlo corrisponde a concedersi una pausa, raccogliere le energie prima di affrontare il salto finale, verso la libertà per gli uni, verso un più semplice passatempo per gli altri. Saltare il Muro equivale ad affermare il diritto di scegliere la propria strada, nonostante gli ostacoli, per vedere cosa c’è al di là. Schneider, intellettuale e scrittore di Lubecca, approdato a Berlino Ovest negli anni 60, va oltre e focalizza l’attenzione sul Muro come semplice costruzione edilizia, che non ha in sé nulla di storico e nulla di politico, ed ipotizza, in tempi non sospetti, che anche dopo la caduta il Muro continuerà a plasmare la mentalità e la coscienza di chi quella separazione l’ha vissuta sulla propria pelle. Quello che si deve veramente abbattere, secondo lo scrittore, è in realtà il pregiudizio ed “il muro che abbiamo in testa”, quello che mantiene viva la separazione ed impedisce la vera integrazione.

 


 

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