Il segreto di don Ciccio

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Saint Jean Pied de Port è un piccolo centro ai piedi dei Pirenei francesi, che nel Medioevo ha rappresentato un punto di accoglienza importante per i pellegrini che si trovavano ad affrontare la traversata della catena montuosa alla volta dell’oceano Atlantico, dove a quei tempi si pensava che la terra finisse. Angelica esce dall’ostello, con lo zaino sulle spalle, quando ancora è buio. Ha deciso di cimentarsi nell’impresa di percorrere il Cammino di Santiago, un cammino che si sta rivelando amico e maestro, per quanto a volte impervio ed ostile. Ogni giorno l’impresa le regala paesaggi mozzafiato, sudore, fatica e tanto tempo per pensare, a se stessa e alla sua vita. Nello zaino tiene il diario, consegnatole dalla madre prima di morire, della zia Matilde, la sorella più piccola del nonno, l’ultima dei fratelli Marchese e l’unica ad essere nata a palazzo Zappalà. Angelica aveva cominciato a leggere qualche pagina tempo prima, dopo aver recuperato il diario in soffitta, ma poi qualcosa l’aveva distratta ed il quaderno era finito dentro lo zaino, dimenticato. Angelica ha raggiunto Finisterre: ecco la pietra miliare con i tre zeri bianchi stampati su una ceramica blu, ad indicare una fine che per ogni pellegrino simboleggia un nuovo inizio. Angelica, tuttavia, non si sente serena; ha portato per tutta la strada il peso del suo dolore e delle sue paure e sperava di trovare in quel luogo quella pace che l’aveva spinta a percorrere il Cammino. Ma nessun miracolo è avvenuto e nessuna intuizione è emersa. Improvvisamente, si solleva un forte vento ed il mare si increspa. Angelica chiude gli occhi d apre le braccia, ma una voce la fa sussultare: una donna, gonna scura e scialle nero, le consegna qualcosa che è scivolato dallo zaino che Angelica porta sulle spalle. É il diario della zia Matilde. Lo aveva portato con sé, con la speranza di leggerlo, e forse è arrivato davvero il momento di farlo e, magari, di andare, una volta concluso il Cammino, a rintracciare l’unico testimone delle vicende della sua famiglia: il barone Zappalà, che ancora abita nel palazzo in via Crociferi, dove tutto è iniziato…

L’intera Catania dei primi del Novecento, con tutti i cambiamenti sociali del periodo, una Catania ormai dimenticata, ai piedi di un vulcano a volte sonnacchioso ed a volte turbolento, è racchiusa nel nuovo lavoro di Angela Sorace: la nobiltà, legata ai propri costumi, alla propria mondanità ed ai propri intrighi, in lento ma inesorabile declino; il vivere modesto e faticoso della povera gente che comincia ad avvertire aria di cambiamento, ma ancora non è in grado di immaginare veri e propri scompaginamenti. E poi ci sono i colori, gli odori dei cibi che arricchiscono le tavole imbandite dei nobili ma finiscono anche, grazie a cuochi dal cuore grande, sulle tavole più modeste del popolo. Ed intanto la Storia avanza e la Prima guerra mondiale si affaccia all’orizzonte e sconvolge gli equilibri, di tutti, mentre lo scenario rimane il medesimo: Via Crociferi, una delle strade centrali della città, dove si ergono il Palazzo appartenente ai baroni Zappalà e la più modesta casetta, affacciata sul cortile del palazzo, in cui vive la famiglia Marchese. Il padre Francesco, don Ciccio, è un uomo violento e collerico, un vero padre padrone, mentre Rosa Maria, la madre, subisce ogni tipo di violenza e sopruso in silenzio. La coppia ha tredici figli- tra cui la ribelle e dolce Agata- le cui vicende quotidiane si intrecciano con i componenti della nobile famiglia dei loro padroni di casa, gli Zappalà appunto. Due mondi diversissimi che a volte però si sfiorano e si incrociano, creando amori impossibili e situazioni che possono diventare molto pericolose. Le vicende delle due famiglie diventano pertanto il pretesto per un suggestivo viaggio alla scoperta dell’ineluttabilità del tempo, quel tempo che può dividere o legare indissolubilmente e mostrare le ferite di un intero mondo che tramonta e di una città che vive gli anni più oscuri della sua storia. Un forte sentimento di solidarietà sostiene i personaggi di questo romanzo corale, in cui si impara che il coraggio, la sincerità e la solidarietà magari non salvano la vita, ma possono aggiustare una giornata storta. Il linguaggio a volte troppo ricercato utilizzato per dar voce ai pensieri dei popolani e l’inserimento un po’ forzato, qua e là, di episodi storici e leggendari riguardanti la città etnea, insieme alla considerazione che il segreto di don Ciccio, così importante da dare il titolo al libro, viene in realtà liquidato in maniera un po’ troppo frettolosa in poche righe, sono alcune delle stonature del romanzo, che rimane tuttavia una piacevole lettura, nella quale immergersi all’ombra del Liotru.

 


 

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