Il senso delle cose

Cosa c’è di sbagliato nella frase “l’eccezione conferma la regola”? Semplicemente non si applica al metodo scientifico. Perché se una teoria trova, nella sua applicazione, una eccezione, questa dimostra che la teoria è sbagliata, che è necessario partire proprio da quel risultato letteralmente contraddittorio per trovare tutti i punti deboli della sua formulazione, cercare altre anomalie, comprendere quel che hanno in comune per focalizzare l’errore. La scienza non può essere fondata sulla difesa a spada tratta di una ipotesi, ma sulla sua costante verifica, esperimento dopo esperimento, alla ricerca di ogni possibile falla. Trasponendo questa metodica anche in campo sociale, eviteremmo il ricorso a forme di pensiero assolutistiche, arrivando ad ammettere -finalmente- di non conoscere neppure davvero “quale sia il significato della vita e quali i giusti valori morali”: impareremmo ad essere dubbiosi, incerti, e curiosi, evitando di affidare speranze e illusioni a coloro che sembrano detenere in tasca verità e rivelazioni. Ed impareremmo a dare fiducia a chi invece ammette di non possedere certezze, ma ha un metodo per cercare risposte. Sembra paradossale un discorso sulla scienza in un momento storico in cui questa sembra permeare a fondo le nostre esistenze, semplificando, allungando le nostre vite, permettendo lo sviluppo di tecnologie inimmaginabili fino a pochi decenni fa. Ma è sufficiente questo a definire la nostra un’epoca scientifica?

“Un giorno, quando la Storia guarderà indietro a questi anni, si vedrà che questa è stata un’epoca drammatica e straordinaria, che ha segnato il passaggio al non sapere quasi nulla del mondo a una conoscenza neppur lontanamente immaginabile in passato. Ma se intendiamo che oggigiorno la scienza svolge un ruolo importante nella letteratura, nell’arte nella visione del mondo della gente ebbene, in tal caso, quest’epoca ha ben poco di scientifico”. Richard Phillips Feynman, fisico teorico tra i più importanti del Novecento (“il più grande della seconda metà del XX secolo”, l’avrebbe definito anni dopo Carlo Rovelli), divulgatore dotato di una mente curiosa, di uno spiccato senso dell’umorismo, di una personalità carismatica: si presentava come “fisico vincitore di premio Nobel, insegnante, narratore e suonatore di bongo”. Il Nobel per la fisica gli era stato assegnato nel 1965 per le sue ricerche sulla elettrodinamica quantistica, e lo aveva accettato con riluttanza, non credendo nei riconoscimenti e nelle onorificenze. Amava disegnare, tradurre geroglifici Maya, scassinare casseforti e frequentare locali di lap dance. Da giovanissimo dottorando a Princeton era stato reclutato dal Governo degli Stati Uniti per partecipare al “progetto Manhattan” che avrebbe portato alla nascita della bomba atomica. “Non si lavora per le applicazioni pratiche, ma per l’emozione della scoperta […]. Se non capite questo, non avete capito niente. Non si può capire la scienza (e la relazione tra la scienza e qualunque altra cosa) se non la si riconosce e si apprezza per quello che è: la grande avventura dei nostri tempi”, racconta il fisico affabulando il pubblico in una delle tre conferenze tenute all’Università di Washington nel 1963, le cui trascrizioni sono raccolte in questo saggio. Utilizzando le parole dell’uomo della strada, Feynman non si limita a riprendere e spiegare il concetto epistemologico introdotto da Karl Popper di “falsificabilità della scienza”, intesa come “possibilità di confutazione”, ma porta in dote la sua arguta visione della società, del mondo, contraddicendo lo stereotipo dello scienziato chiuso nella torre d’avorio: affronta con decisione e senza timori reverenziali temi spinosi come il rapporto tra scienza, sistemi di valori e religione, o il pericolo insito nella intromissione dello Stato all’interno del recinto della vita intellettuale e scientifica di un paese; parla di politica, economia, arrivando persino, con divertenti acrobazie intellettuali, a contestare le sue stesse conclusioni pur di lasciare nell’uditorio il messaggio del porsi in modo critico di fronte a qualunque asserzione. Dimostra come sia semplice, partendo da assunti apparentemente corretti, scivolare nell’assolutismo, nei fanatismi di ogni risma. E segna una traccia subliminale che lega la libertà necessaria per fare scienza, per fare ricerca, a quella, indispensabile, per ogni uomo, di vivere libero di sperimentare l’esistenza, con curiosità, e senza vincoli dogmatici.

 


 

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