Il senso di Smilla per la neve

Le Cellule Bianche. Un quartiere di recente costruzione – scatole prefabbricate di cemento bianco – che si affaccia direttamente sul porto di Copenaghen. Dà l’impressione di un quartiere povero, ma gli affitti invece sono alti e se alle Cellule Bianche abita qualche famiglia disagiata è solo perché a pagare l’affitto per loro è l’amministrazione comunale. Qui vive Smilla Jaspersen. Smilla è una glaciologa, cioè una geologa specializzata in ghiaccio, figlia di un medico di chiara fama e di una cacciatrice eschimese, e vive sulla pelle il razzismo dei danesi nei confronti delle persone originarie della Groenlandia. Smilla prova “rispetto per l’inverno danese”, per gli acquazzoni gelidi e il vento che le sferza il viso. Ama osservare il mare che lentamente ghiaccia e sta facendo proprio questo in quel gelido pomeriggio di dicembre. Il suo appartamento ha due grandi finestre che guardano sull’acqua, riesce a vedere la Holmens Kirke, l’edificio delle Assicurazioni Marittime e la Banca nazionale. D’un tratto però nota una luce vicino casa sua, verso Strandgade e Christianshavn: è la luce azzurra di un’auto di pattuglia. C’è un poliziotto in piedi, sta delimitando un’area del terreno con nastro bianco e rosso. Smilla si affretta, arriva sul posto prima dell’ambulanza. A terra, nella neve, con le gambe ripiegate sotto il corpo e le mani vicino alla testa, come avesse tentato di proteggersi, c’è il corpo esanime di un bambino. Smilla lo conosce, è Esajas, il figlio di Juliane. A quanto pare è caduto dal tetto di un magazzino: è altissimo – come un palazzo di sette piani. L’edificio accanto è in restauro, coperto dai ponteggi. Smilla in silenzio si arrampica sulle impalcature, vuole capire: incontra un altro vicino di casa, insieme trovano le orme di Esajas sul tetto, solo le sue. Il bambino era solo, ha provato a saltare dal tetto dell’edificio in restauro al tetto del magazzino ma è scivolato ed è precipitato. Sembra tutto così chiaro, così triste (“La madre è alcolizzata. Così è venuto a giocare quassù”). Smilla torna nel suo appartamento a rimuginare. Beve un tè bollente, mentre “il traffico sul Knippelsbro si assottiglia e si trasforma in isolate strisce di luce rossa nella notte”. Poi, mentre si addormenta, pensa a Esajas e alla prima volta che ha incontrato il bambino, un anno e mezzo prima…

Frazil, grease ice, pancake ice, hiku, hikuaq, puktaaq, ivuniq, maniilaq, apuhiniq, agiuppiniq, killaq. Ghiaccio permanente, acqua di fusione, banchi blu e neri: per gli abitanti dell’estremo nord sono tanti i nomi del ghiaccio, tanti i suoi colori, tanti i modi di uccidere del freddo che gela il sangue nelle vene. E tante sono anche le chiavi di lettura di un romanzo che - caso raro nel panorama letterario mondiale - ha venduto milioni di copie ed è stato tradotto in decine di lingue pur essendo un vero gioiello, un libro complesso, raffinato e tutt’altro che ammiccante. Thriller, denuncia sociale, sentimento e addirittura fantascienza nell’inatteso finale convivono spalla contro spalla e danno il meglio di loro donando al lettore un’emozione dopo l’altra. Al centro di tutto, una delle figure femminili più riuscite di tutti i tempi: una eschimese racchia e amareggiata, incazzata nera con i danesi ed il loro razzismo, asociale, chiusa in se stessa (“Penso più alla neve e al ghiaccio che all’amore”) ma che non vede l’ora di innamorarsi (nell’orrido film che Billie August ha tratto dal romanzo nel 1997 Smilla è diventata ovviamente una gnocca incredibile interpretata da Julia Ormond: avrà mai fine questo scempio?). Un personaggio a tutto tondo, tratteggiato con incredibile sensibilità femminile da un Peter Høeg che in merito ha avuto modo di dichiarare: “Scrivere facendo finta di essere una donna è una illusione. Ma poiché tendere ad una donna è una delle forze più potenti tra quelle che muovono la vita degli uomini, forse questo è stato un mio tentativo di avvicinarmi all’anima di una donna”. Smilla è un’eroina dei due mondi, frutto dell’amore di un medico ricco, viziato, ambizioso, per una cacciatrice eschimese selvaggia e solitaria: due esistenze diverse ed inconciliabili, che si sono intrecciate per un attimo fugace per poi dividersi per sempre. Smilla è rimasta in mezzo, con i suoi rancori ed il suo amore. Un altro dei temi centrali del libro di Hoeg colpevolemente trascurati dal film di August (perché poi io continui a parlarne rimane un mistero...) è quello dello scontro sociale. L’emarginazione degli Inuit da parte della cultura danese è probabilmente per Høeg, penna sensibilissima alle battaglie per la sopravvivenza delle culture dei popoli non-occidentali, l’emarginazione del mondo non-europeo da parte della cultura europea, antica ma piena di sé, benintenzionata ma letale. Høeg batte sul tasto ancora e ancora e ancora, tanto che un critico statunitense ha parlato de Il senso di Smilla per la neve come di un ‘thriller anticolonialista’. Pubblicato nel 1992, il romanzo è stato nominato Libro dell’anno 1993 sia da “Time” che da “Entertainment Weekly”.



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