Il silenzio dell’acciuga

Dicembre 1965. Tra non molto Tresa e Gero compiranno dieci anni. Il padre, in maniera piuttosto frettolosa, dice loro che Rosa sarà lì a momenti e che quindi bisogna fare tutto di corsa per non farla attendere. Poi li guarda come si guardano le cose che non si rivedranno più e accende un sigaro. Quando Rosa arriva, con mezz’ora di ritardo, li trova davanti alla porta, seduti sulla grossa sacca di cuoio, impegnati a controllare il tempo che passa. I due fratelli salgono sull’auto della zia Rosa, una Fiat 1100 azzurro cenere. Si sistemano sui sedili posteriori mentre la donna si mette al posto di guida. Tresa e Gero hanno lo sguardo fisso sulla strada che pian piano sparisce nel buio. Non si vede quasi più nulla, se non il profilo di Rosa, i suoi capelli chiari raccolti sulla testa e la punta di una sigaretta che brucia tra le sue dita. Quando la zia rompe il silenzio, elenca i nomi dei paesi che hanno attraversato e di quelli che ancora mancano per arrivare. Ma arrivare dove? Quando l’auto transita fuori dai centri abitati, il paesaggio mostra pochi alberi, distese di strada, piante aguzze e pietre nere. Ai ragazzi pare di attraversare una terra maledetta. Poi finalmente Rosa indica un punto, un bagliore leggero che suggerisce una presenza umana. Quello è il luogo cui sono diretti, dice Rosa mentre afferma che sarà senza dubbio esaltante vivere tutti e tre insieme. La casa della zia è esattamente identica al ricordo che ne ha Tresa, anche se vi è stata una sola volta, tanti anni prima. La donna fa fare il giro delle stanze ai due fratelli e mostra loro la mansarda con due lettini da ragazzi ai lati opposti della camera, lenzuola pulite ed asciugamani impilati l’uno sull’altro. I due fratelli ringraziano la donna e anche Gero, che fino a quel momento è rimasto in silenzio con la bocca chiusa, mostra finalmente un po’ di gratitudine…

In una Sicilia castigata, irreprensibile e composta, in cui il fermento del Sessantotto è solo un’eco lontana e dove, se una donna sviene per strada, ci si affretta ad abbassarle innanzi tutto la gonna per coprire il più possibile le gambe, si muove la piccola Tresa, a cui la vita regala, fin da piccola, dolore e assenza, cui la ragazzina cerca di far fronte ricorrendo all’unica forma di riparo che conosce: il silenzio. La solitudine, nell’ultimo lavoro di Lorena Spampinato, autrice catanese al suo quarto romanzo, è l’elemento che accomuna i quattro protagonisti della vicenda: Gero e Tresa, due gemelli di nove anni all’inizio del racconto, orfani di madre; Rosa, la zia trentasettenne single e senza figli, bella, emancipata e anticonformista come Silvie Vartan, che si prende cura dei due fratelli; il padre dei ragazzi, patriarca maschilista che, prima di sparire per sempre dalla loro vita, rendendoli nuovamente orfani, impone alla figlia femmina di nascondere la propria femminilità e passa il testimone al figlio maschio, esortandolo a sottomettere ogni donna, sempre e comunque. Nella solitudine e nel silenzio quindi - il silenzio del non detto, del taciuto, della menzogna - Tresa, bambina prima e adolescente poi, comincia il tortuoso cammino alla ricerca di sé, attraverso il tentativo di emanciparsi dalle rigidità imposte dalla società, attraverso la scoperta di un sesso doloroso, proibito e carico di vergogna, attraverso la presa di coscienza della distinzione tra amore vero e sopraffazione, attraverso la solidarietà con chi condivide il segreto di un abuso. Una storia durissima di formazione, il racconto crudo del tentativo di affrancarsi da una vita ai margini e da un mondo che delegittima e discrimina la figura femminile. Una storia in cui il silenzio urla a gran voce la violenza che in esso si nasconde; una vicenda che mostra la difficoltà di diventare donna ed ottenere il diritto di essere se stessa e null’altro; un ritratto, doloroso e delicato allo stesso tempo, del cammino verso la consapevolezza, narrato con una scrittura - che omaggia Simone de Beauvoir, citata in esergo - capace di rendere con maestria l’asprezza del dolore e l’inesorabilità del cambiamento.

 


 

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