Il socialismo è morto

Quali sono gli eventi che hanno catalizzato e accelerato la irreversibile mutazione culturale delle sinistre? “La fine del ciclo postbellico delle rivoluzioni di liberazione nazionale nei Paesi del Terzo mondo, l’esaurimento del ciclo di lotte del proletariato occidentale alla fine degli anni Settanta del Novecento, il crollo del sistema socialista fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta”. E che direzione ha preso questa mutazione? La sinistra moderata ha cercato una nuova base elettorale nei ceti medio alti e ha fatto sue molte istanze del liberismo; la sinistra radicale da parte sua è stata invece “contaminata” dallo spirito del ’68, la cui ideologia “desiderante”, libertaria e anti-paternalista, il cui rifiuto della forma-partito, il cui “partecipazionismo” e antistatalismo hanno finito per distruggere “dall’interno” il socialismo reale (e l’aspirazione allo stesso) e addirittura hanno ispirato i nuovi modelli di gestione della forza lavoro quando i “movimenti” hanno offerto una sponda imprevedibile alla “svolta neo-orizzontalista imposta dalla rivoluzione liberale degli anni Ottanta” per poi abbandonare del tutto il riferimento all’alternativa socialista e concentrarsi sulla difesa dei diritti individuali e delle minoranze e sulle rivendicazioni della società civile. Molti pensatori, filosofi e sociologi hanno analizzato – ognuno a suo modo, e spesso in modo giudicato “eretico” dall’intellighenzia di sinistra – questo processo di autodistruzione delle sinistre: Mario Tronti, Luc Boltanski, Ève Chiapello, Colin Crouch, Onofrio Romano, Marcello Tarì, Pierre Rosanvallon, Thomas Piketty, Richard Florida, Raffaele Ventura, Marco D’Eramo, Judith Butler, Luisa Muraro, Jessa Crispin, Nancy Fraser, Jonathan Friedman, Costanzo Preve, David Harvey…

Quella del titolo di questo saggio non è una vuota formula, un artificio retorico. Sociologo e militante della sinistra radicale, il giornalista Carlo Formenti - caporedattore di “Alfabeta” negli anni Ottanta e redattore del “Corriere della Sera” nel ventennio successivo, nonché dal 2002 professore a contratto di Teoria e tecnica dei nuovi media presso l’Università di Lecce e dal 2006 ricercatore e professore aggregato presso la stessa facoltà - lo premette subito: per lui, vecchio cuore socialista, il socialismo è morto davvero. Almeno “nelle forme storiche che ha conosciuto dalle origini ottocentesche all’esaurirsi delle spinte egalitarie novecentesche”, sia chiaro: perché l’unica speranza per il futuro è la nascita di un nuovo socialismo, a patto che sia “un socialismo del secolo XXI, da costruire a partire dalle concrete condizioni storiche”. Ma non sono morti soltanto i partiti e alle loro ideologie, ha spiegato lo stesso Formenti in un’intervista pubblicata da “Sinistrainrete”: sono morti “anche i movimenti sociali che rappresentavano: a morire è il movimento operaio novecentesco con tutto il suo corredo di culture, esperienze, principi e valori. Queste forze non sono state solo sconfitte, sono state inglobate e omologate al sistema contro cui avevano combattuto fin dal XIX secolo, si sono arrese senza condizioni al neoliberismo, sposandone integralmente principi e obiettivi e facendosi portabandiera di strati sociali medio-alti alleati e/o asserviti alle élite finanziarie globali”. Occorre dunque “costruire un popolo”, cioè aggregare un blocco sociale – eterogeneo, “spurio”, trasversale alle classi, assai diverso dagli schemi novecenteschi – con ideali, istanze e interessi anticapitalisti, con l’obiettivo di conquistare il governo, avviare un programma di riforme radicali e rimettersi sulla strada del socialismo. Le tesi di Formenti hanno attirato sul suo capo accuse di sovranismo, “rossobrunismo”, addirittura nazionalsocialismo perché sfidano la sinistra a sporcarsi le mani con metodologie, approcci e temi tradizionalmente monopolizzati dalle destre, in special modo con il populismo, che non è “un’ideologia ma, semmai, una mentalità e una tecnica di comunicazione politica”. C’è chi ha fatto notare che “populista” è l’aggettivo cui la sinistra ricorre per designare il popolo quando quest’ultimo smette di accordarle fiducia: per Formenti, con Laclau, “l’insorgenza populista rappresenta l’irruzione dell’elemento democratico in quei sistemi rappresentativi contemporanei che si sono avviati verso forme postdemocratiche”. Piaccia o meno, insomma, il cosiddetto populismo rappresenta oggi l’unica chance di restituire forza all’elemento democratico. Anche a sinistra.



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