Il sogno del celta

Il sogno del celta

È una mattina di marzo del 1916: tutto è perduto, la grazia non arriverà mai. Lo sa bene chi sfida l’impero coloniale britannico, lo sa bene Roger Casement, irlandese al servizio di sua Maestà per tanti anni, ma chiuso ormai da tempo in una prigione di Londra in attesa dell’ultimo giorno di vita. E in quelle giornate lunghissime vissute fra il disprezzo di quattro mura, giornate però mai così vitali, riesce a ripercorrere le pagine del suo diario, della sua storia: tutto inizia nel 1884 in Congo, quando, osservando cosa sta costruendo Leopoldo II di Belgio, scopre come è duro ed ingiusto il colonialismo. Per questo decide di rimanerci per altri 25 anni, schierandosi sempre dalla parte dell’oppresso, dando voce ai più deboli. I suoi servigi sono notati dal suo Re, che per questo gli affida nuove missioni un po’ ovunque, ma soprattutto in America Latina: viaggia fra Brasile e Perù, conosce il volto triste e spietato del vecchio continente, denuncia lo sfruttamento dei nativi amazzonici da parte della Peruvian Amazon Company, azienda inglese che opera nell’Amazzonia peruviana nell’estrazione del caucciù, l’oro nero. Lo sfruttamento degli indigeni lo spinge ad abbracciare la causa della sua patria, l’Irlanda, colonia a suo modo dell’Inghilterra all’interno del Regno Unito. Decisamente troppo, giustizia deve essere fatta nei confronti di questo traditore...

Quando la storia universale, non solo quella di un singolo uomo, finisce fra le mani di un premio Nobel per la letteratura, per di più dotato del senso e del ritmo della narrazione che soltanto gli scrittori sudamericani hanno in dono, allora non c’è dubbio sul risultato finale: Mario Vargas Llosa è peruviano, ha vissuto come tutti i suoi colleghi la crisi d’identità della nazione sudamericana e per questo è voluto andare alla fonte di ogni male, alla fine del colonialismo, al momento della sua condanna, al momento della resa dei conti. L’abilità con cui è descritto il mondo in cui vive e si muove, l’irlandese Roger Casement, il mondo in cui respira e pensa, sembra congiungere e ricreare il rapporto fra barbarie e civiltà, riprodotta però in ordine inverso, con l’Europa, il vecchio Continente, nelle vesti di barbaro, e i popoli indigeni in quelli di vittime civili di un processo di crescita che rischia di annientare l’uomo. Romanzo concentrato su una sola persona, eppure polifonico, perché la storia di Casement si arricchisce delle storie delle vite che sono intorno a lui, anche se non si disdegnano incursioni nello studio della psiche umana, per mostrarne il sottile piacere dei cambiamenti: nella fattispecie ci si concentra sul personaggio del carceriere che, come nella migliore tradizione dei romanzi di prigionia, passa dal disprezzo alla stima per il suo detenuto, condividendone quasi le ragioni. Il ritmo è quello dei grandi romanzi inglesi dell’800, ravvivato dai flashback e da ricordi che si ripercorrono senza un apparente disegno se non quel desiderio di “vuotare il sacco”, senza risparmiarsi nulla. Non so se è un pregio o un difetto, ma in molti punti il romanzo lascia il posto alla storia: ben narrata, senza trascendere, senza complimenti. A dimostrazione che non c’è miglior romanzo che la realtà.



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