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Il sogno di Achille

Il sogno di Achille

In molti, quando pensano a Gigi Riva - o “gigirriva” come, in una sola parola dotata della tipica doppia “aggiunta” dei sardi, lo soprannominarono i tifosi cagliaritani e un po’ tutti gli isolani - pensano a “Rombo di Tuono” (altro suo nomignolo, coniato dal giornalista Gianni Brera), ossia al bomber atletico e potente, all’attaccante dal gran fisico e ancor più notevole tecnica e coordinazione, ai suoi tanti gol e ai suoi tre sfortunatissimi infortuni, da due dei quali fu in grado di riprendersi come un leone, ogni volta tornando esattamente quello di prima, mentre l’ultimo fu fatale alla sua carriera a soli 31 anni. Ben pochi conoscono, però, l’epopea di Gigi – perché proprio di epopea si può e si deve parlare, in questo caso – come uomo, come percorso di vita e di crescita umana, di formazione: ebbe l’incredibile sventura di perdere, tra infortuni sul lavoro e improvvise malattie, prima il padre, poi la madre, poi una delle due sorelle, il tutto nei 9 anni che 2/3 trascorsero tra i suoi 8 anni di età e i 17. Ecco il perché del suo carattere schivo e riservato; della sua preferenza assoluta per la Sardegna, non solo e non tanto dal punto di vista sportivo quanto da quello della dimensione umana sua propria che finalmente nell’isola era riuscito a trovare, permeata com’era Cagliari (e non solo Cagliari) da calore umano, rispetto per il prossimo e per la natura e senso dei reciproci confini. Ecco il perché dei suoi rifiuti continui alle offerte, finanziariamente sempre più importanti, che gli pervennero via via dal Milan, dall’Inter o dalla Juventus per potersi accaparrare uno dei campioni assoluti del calcio mondiale dell’epoca. Il suo destino, del resto, è sempre stato quello di combattere, di doversi sudare tutto e di poter essere, poi, “felice sempre a metà”: è stato così in famiglia, è stato così nello sport (si è detto degli infortuni, uno dei quali orchestrato ad arte da un avversario austriaco per mera vendetta personale di un passato episodio), è stato così anche nella vita sentimentale: Riva è uno dei simboli delle lotte per il divorzio, essendogli toccato in sorte di innamorarsi, sul serio e ricambiato, di una donna sposata nell’anno 1969: per sei anni dovettero entrambi lottare nelle aule di tribunale, e Riva anche contro l’inusitato (per lui) nemico del “gossip” e del discredito creato dai mass media, quanto di più alieno dalla sua personalità così lontana dai riflettori - per poi finalmente poter andare a convivere assieme e mettere su una propria famiglia…

Al momento quest’opera è quanto di meglio sia uscito quest’anno in materia di saggi sportivi, perché riesce realmente a far partecipare, in modo appassionato, chi legge – anche qualora non s’intenda affatto di calcio – alle vicende umane e sportive che hanno caratterizzato i primi quarant’anni della vita di Riva, ed anche, nel contempo, in un unicum inestricabile, allo spirito, alla natura, alla storia e all’arte della Sardegna che adottò stabilmente il calciatore, tanto che viene voglia di andare a visitarla immediatamente, 3/3 se non di trasferirvisi. Sublime, poi, l’accostamento “profetico” - non sappiamo se mera suggestione dell’autore o reale sensazione provata dall’atleta - tra il destino umano di Gigi Riva e la rappresentazione artistica insita nella tela de “Il sogno di Achille”: la raffigurazione, cioè, del rimpianto di Achille per aver perso il suo amico Patroclo e del desiderio di raggiungerlo il prima possibile. Per il calciatore, che lo capì molto dopo aver ricevuto una vivida impressione dal quadro, l’accostamento con il proprio vissuto personale era dovuto al rimpianto di non aver avuto una vera, spensierata infanzia, premio che avrebbe volentieri barattato con qualsivoglia premio/partita o risultato sportivo.