Il sonno del mattino

Primi di aprile dell’anno 1468 di nostro Signore risorto. Il giovane sacerdote Christopher Fairfax sta viaggiando a cavallo nel desolato Wessex. Da ore non incontra anima viva e comincia ad essere preoccupato, non vuole che il buio lo sorprenda ancora in viaggio. È stato inviato dal severissimo vescovo di Exeter al villaggio di Addicott St George, ai confini più remoti della diocesi: il parroco locale, padre Thomas Lacy, è morto dopo ben trentadue anni di onorato servizio e Fairfax deve celebrare il suo funerale. Dopo aver sbagliato strada e aver ricevuto indicazioni da un contadino, il prete arriva a destinazione quando ormai il tramonto è passato da un po’. Trova ad attenderlo Agnes Budd, la governante del parroco, preoccupata che gli fosse successo qualcosa durante il tragitto. Fairfax si reca subito nella stanza da letto del morto per benedirlo. Nella bara di legno di quercia pitturata di nero il corpo è “lungo e magro, sprofondato in un letto di segatura compattata e avvolto ben stretto in un sottile sudario di lino bianco”. Non è certo il primo cadavere che Christopher vede da vicino, ma è comunque impressionante: ha il naso fratturato, le orbite degli occhi nere, la fronte attraversata da una ferita moto profonda, un orecchio quasi reciso e puzza di decomposizione. È morto da una settimana, spiega la governante, a causa di una brutta caduta. Padre Lacy ha sempre amato fare lunghe, solitarie escursioni nei dintorni di Addicott St George e per cause ignote è precipitato da un centinaio di piedi, come hanno spiegato gli uomini che hanno ritrovato il corpo: il capitano Hancock – la personalità più in vista del villaggio -, il segretario parrocchiale Keefer e il maniscalco Gann. Dopo aver benedetto il cadavere, Fairfax si siede al tavolino che è stato del parroco per così tanti anni, prende un astuccio con la penna e alcuni fogli di carta dalla sua borsa e si appresta a buttare giù qualche appunto per la sua orazione funebre dell’indomani. Chiede perciò qualche informazione alla signora Budd: se il parroco aveva parenti (solo un fratello morto anni fa), quanti anni aveva (cinquantasei, era molto anziano) da quanto tempo lei è al servizio della parrocchia (vent’anni), se è sposata e ha figli (è vedova e ha solo una nipote, Rose, che la aiuta nelle faccende). Anche la donna ha una curiosità: sarà Fairfax a prendere il posto di parroco? Ovviamente no, le spiega lui, è solo incaricato di celebrare il funerale, presto la diocesi nominerà il successore di padre Lacy. Dopo essersi rifocillato e preparato per la notte, il giovane prete ispeziona incuriosito la camera del parroco morto, guarda i suoi libri. In una vetrinetta ci sono alcuni oggetti il cui possesso in realtà sarebbe illegale: penne, chiavi, un piatto che commemora un matrimonio reale dell’antichità, cannucce di plastica, posate di plastica bianca, un bambolotto di plastica rosa a cui mancano gli occhi e poi quello che Lacy senza dubbio considerava il pezzo forte della collezione: uno dei congegni utilizzati dagli antichi per comunicare, un oggetto portatile di plastica vetro e metallo con sul retro “il simbolo ultimo dell’arroganza e dell’empietà degli antichi: una mela morsicata”…

Quando sul finire del terzo capitolo di quello che fino a quel momento sembra un affascinante romanzo storico ambientato nell’Inghilterra del Quattrocento ci imbattiamo per la prima volta nella parola “plastica” abbiamo un sobbalzo (a me è venuto istintivo di rileggere tre volte di seguito la frase). L’autore la utilizza en passant, senza darle nessuna importanza o evidenza, quindi lì per lì non pare un colpo di scena voluto. Si tratta forse allora di un tragico blooper? No, perché non siamo all’alba del XVI secolo come abbiamo creduto fino a quel capitolo, bensì in un lontano futuro, circa otto secoli dopo l’entrata in vigore del nuovo calendario, partito per convenzione dal 666, l’anno del Diavolo, che fa riferimento alla spaventosa catastrofe (o catena di catastrofi) di natura ignota che nel 2025 hanno spazzato via la civiltà tecnologica precedente, la nostra. Robert Harris immagina che – almeno in parte della Gran Bretagna – la nuova società nata dalle macerie sia un Medioevo oscurantista in cui persino la conoscenza del passato è considerata un peccato mortale. Sappiamo poco del resto del mondo, se non che nel nord della Gran Bretagna è in corso una guerra contro un reame islamico. Ma del resto non sono la grandiosità, la coerenza interna, l’originalità i punti forti della distopia di Robert Harris: ci pare che lo scrittore di Nottingham qui sia più interessato a lavorare su una metafora del presente, a lanciare l’allarme sul decadimento in atto oggi del valore dell’idea di progresso – scientifico e culturale – assediata dalle fake news, dal misticismo di ritorno e dai populismi più beceri. Questo ci fa (o dovrebbe farci) chiudere un occhio su alcune gravi incongruenze e su quelle che verrebbe da definire ingenuità, se non stessimo parlando di uno scrittore del livello di Harris. Il titolo del libro si riferisce a una clamorosa, recente scoperta dello storico A. Roger Ekirch, Distinguished Professor of History della Virginia Tech University, che ha gettato una nuova luce sulle abitudini notturne dei nostri antenati. Sino alla fine dell’era preindustriale in Europa occidentale infatti le notti si dividevano in due fasi di riposo notturno, il primo e secondo sonno (detto anche “sonno del mattino”). Si era quindi soliti andare a letto presto, dopo il tramonto, e dormire circa 3 o 4 ore. Dopo questo “primo sonno” ci si svegliava e si stava alzati per un paio d’ore per pregare, leggere, parlare o fare sesso, poi ci si riaddormentava fino al mattino. Riferendosi a questa gestione della vita notturna così radicalmente diversa dalla nostra, Harris vuole farci riflettere sul fatto che il risveglio dopo la lunga notte del Medioevo e della barbarie potrebbe non essere definitivo, che un nuovo sonno della ragione potrebbe arrivare molto presto e con esso una notte così profonda che è difficile anche immaginarla.



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