Il suono della montagna

Fine della Seconda Guerra mondiale, Giappone. Shingo ha 62 anni e comincia a perdere la memoria. A casa con lui vivono la moglie Yasuko, più grande di lui di un anno e che ha sposato dopo che la sua prima moglie, sorella di Yasuko, era morta giovane, lasciando nel suo cuore un vuoto che non riesce a colmare. Nella casa con lui vivono anche Shūichi, il figlio e la moglie Kikuko, il cui matrimonio è in forte crisi perché l’uomo ha una relazione con un’altra donna. Anche la figlia Fusako è tornata a vivere con loro, insieme ai due figli in tenera età, dopo avere abbandonato il marito dedito alla droga e violento. Shingo si sente infelice per l’infelicità dei suoi figli e sente come la senilità stia imprigionando la sua vita sorprendendolo impreparato ad accettare il decadimento e la perdita anche della sua capacità di gestire la vita dei propri figli oltre che la sua. L’unico appiglio è la bellezza della natura, la sua forza vitale, il suo fiorire e rifiorire, il suo ciclico rigoglio…

Questo romanzo fu edito per la prima volta a puntate tra il 1949 e il 1954 e in questa traduzione è stato per la prima volta pubblicato nel 1969. Nel 1954 ne viene tratto un film dal titolo originale Yama no oto, per la regia di Naruse Mikio. Nel dicembre dello stesso anno il romanzo vince il premio Noma Bungei che viene assegnato annualmente ai migliori libri pubblicati in Giappone. Kawabata è considerato uno dei maggiori scrittori moderni giapponese e il suo capolavoro Il paese delle nevi, del 1937, fu insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1968. Nel romanzo si riscontrano tutti i temi cari a Kawabata: la sofferenza, la morte, la senilità, il cedimento morale, il fallimento e la capacità di rinunciare in modo dignitoso, così come fa il protagonista rispetto all’attrazione che prova per la giovane nuora o come fa Kikuko che abortisce il figlio che finalmente aspetta dal marito, fino a quando lui non decida di interrompere la sua relazione extraconiugale. La lingua usata è controllata e lineare, facile da leggere e serve bene la storia. Tutto si muove lentamente, con un ritmo calmo, pigro a volte apatico. Le vicende sono narrate con il distacco tipico della scrittura di molti scrittori giapponesi, anche le passioni più forti sono stemperate, ripulite, raccontate come attraverso un filtro. Si intravede la sofferenza, ma è sempre schermata da gesti non plateali, piccoli e semplici. La natura assorbe la bruttezza delle cose ed è sorprendente, unica, rilucente, fa il suo corso senza interessarsi alle bruttezze dell’umanità e agli esseri umani non resta che ammirarla e dimenticare in essa la propria fragilità. Il clima del romanzo è offuscato dal senso doloroso della fine della vita che la vecchiaia spazza via e rende senza sapore, sottolineando le perdite, ciò che non si è fatto, avuto e ciò che non si è fatto per ottenerle. Un poco troppo asettico e pacato un’opera preziosa, ma dalle tinte diluite. Quasi come un piatto ricco di ingredienti, dall’aspetto invitante, ma che scopri un poco troppo insipido.

 


 

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