Il tempo che faceva

Il tempo che faceva

Gelinda Rustichetti è una bella signora di ottantanove anni, “boccoli bianchi tendenti al blu, occhi piccoli, tondi e liquorosi, naso minuscolo e affilato”. È una donna gentile, spiritosa e silenziosa e condivide la stanza della casa di riposo Bell’Età con la signora Pesce che, in fondo, è un’amica, anche se borbotta di continuo, soprattutto contro gli immigrati, compresi quelli che fanno parte del personale e che si occupano amorevolmente di loro, e compresa Mirca, la rumena che Gelinda definisce la sua “dama di compagnia” anziché badante, perché con lei, quando arriva a trovarla, più che altro passa il tempo a chiacchierare e a farsi rifornire di merendine e bevande dolci gassate che per lei sarebbero veleno. Neppure Mirca è giovanissima, non ha nessuno in patria, economicamente sta bene e sostiene di essere nobile, e il suo passatempo preferito è bisticciare con la signora Pesce. Gelinda ci è andata volontariamente nella casa di riposo, quando ha ritenuto di essere troppo stanca per continuare a stare da sola e soprattutto per continuare a gestire il bar gelateria di Senzaunnome, il piccolo paese dove ha sempre vissuto. Un paese tranquillo come tanti, una piazza strade silenziose un bar ritrovo per clienti affezionati tutti amici; un paese, però, che non ha storia, trascinata con l’ufficio anagrafe che poteva raccontarla dalla frana di pietre e fango che il 6 settembre 1959 distrusse il municipio che si trovava nella parte alta del paese, Senzaunnome Monte. Per fortuna il centro abitato si era salvato, ma la necessità di riscrivere la storia e riscostruire il paese è il motivo per il quale a giorni si attende un importante incontro della popolazione con il sindaco. C’è anche un ricco emigrante che vuole versare un contributo importante alla causa ma ad una condizione, al momento sconosciuta. Un paese come tanti, si diceva, e come tutti i paesi ha anche “la scema del villaggio”. In realtà Beata Nocentini è una bella adolescente gentile e tranquilla, ma da piccola ha avuto un piccolo incidente e la sua crescita ha subito un lieve ritardo. Per questo motivo sua madre, una donna superficiale, non le ha mai voluto bene. La ragazza è cresciuta un po’ triste ma abbastanza serena, grazie al forte legame con suo fratello minore Primo e all’amore di suo padre. Ma da quando è diventata amica di Gelinda lei è più felice, perché può parlarle di tutto e la donna le ha raccontato tante cose della sua vita, anche dei suoi libri e dei quarantatré quadernoni nei quali, per tutta la vita, ha scritto quello che le accadeva e che accadeva in paese. E poi Gelinda le ha insegnato a fare il gelato buonissimo come lo faceva lei quando aveva il bar o andava in giro con il carretto. Da questa strana amicizia e dal legame con le persone che a loro due vogliono bene è nato qualcosa di speciale, destinato a portare benefici anche a Senzaunnome…

Nuovo romanzo per lo scrittore giornalista e blogger Aldo Boraschi, che cambia ancora registro e stavolta scrive una storia malinconica ma piena di dolcezza e delicata speranza. Una storia che scorre leggera come una favola, una storia corale che è uno spaccato di vita di paese, un paese piccolo e tranquillo come ce ne sono tanti. Tutti i personaggi sono un po’ sulle righe, eccentrici ma delicati e persino i “cattivi” sono raccontati con divertita ironia, così che l’atmosfera quasi onirica che pervade la storia – sottolineata dalla geografia incerta del paese dal nome “parlante” – non ne viene affatto compromessa. Le due protagoniste sono due donne assai diverse, e non soltanto per l’età, ma sono entrambe due anime pure e sole, che si ritrovano e si riconoscono, diventando l’una il sostegno dell’altra. E così la storia si rivela incentrata soprattutto sull’emarginazione, la diversità e l’amicizia che sa superare tutte le barriere. Ma un ruolo importante ha anche la memoria. Infatti il racconto si svolge su due piani temporali alternati, uno dei quali segue episodi salienti della vita di Gelinda – introdotti dall’indicazione del tempo atmosferico, perché, come si sa, delle giornate particolari si finisce per ricordare soprattutto che tempo c’era - e, di conseguenza, del suo paese. La memoria diventa anche salvezza, proprio in termini concreti, perché – senza voler fare spoiler fastidiosi – sarà grazie ad essa che Senzaunnome avrà un futuro. Una storia semplice dalla bellezza leggera, quella raccontata in questo romanzo, i cui personaggi restano nel cuore del lettore anche dopo l’ultima pagina, una storia un po’ triste che però parla di amore e amicizia che si fanno speranza e che si vorrebbe non finisse mai.

 


 

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