Il tempo di morire

Il tempo di morire

Morte santa, morte istantanea, morte lenta, morte precoce, dolce morte. Cosa sia la morte è pressoché impossibile da definire e si potrebbe perciò limitarsi ad affermare che la morte è, punto. Di certo la si evita perché fa orrore, è un nemico invincibile proprio perché inevitabile. Per questo motivo tutta la terminologia che ruota attorno ad essa ricorda una battaglia, come la parola “agonia” che in greco significa appunto lotta. Sappiamo anche che è qualcosa di traversale perché coinvolge non solo il defunto ma anche la cerchia dei suoi affetti che, dopo questo evento, dovranno imparare a voltare pagina, in qualche modo, a rinascere. Eppure la giurisprudenza, il dibattito pubblico e politico, tendono ad evitarla, nonostante la sua evidenza. Ma “una cosa è certa: la frequentazione del nemico in vista dell’ultimo combattimento ce lo renderà quanto meno non del tutto estraneo. Chiudere gli occhi di fronte alla morte, non nominarla, non indagarla, illudersi di posticiparla indefinitamente e di liquidarla brutalmente non ci aiuterà.” Di morte si parla dall’inizio dei tempi, essendo essa stessa un nodo temporale tra la vita e qualsiasi cosa ci sia dopo. Alla sua interpretazione, potremmo dire, si affida l’uomo che attraverso il caleidoscopio della propria formazione la osserva. Per i cristiani, l’agonia di Gesù sulla croce è la morte per eccellenza, esemplare, monumentale e simbolica. Lui stesso ha esitato davanti al martirio, nel Getsemani, persino Dio l’ha temuta. Di morte improvvisa, che non ci dona il tempo di accoglierla, invece discute Dante incontrando Manfredi di Svevia e Buonconte da Montefeltro nel Purgatorio. Ecco, questa morte troppo veloce sembra ridicolizzarci, toglierci la possibilità di incontrarla e il piacere nostalgico di ricordare e così valorizzare la vita che stiamo per lasciare...

Eduardo Savarese, magistrato e studioso di diritto internazionale, con precedenti pubblicazioni di narrativa per E/O e Minimum Fax, per scrivere questo libretto di riflessioni sulla morte (per forza non definitive, per forza senza una risposta alle mille domande che ci si potrebbe porre) parte da un evento personale: la scomparsa prematura del padre ancora giovane, che lascia a Eduardo, all’epoca bambino, un tassello mancante, la percezione del vuoto che questo romanzo forse tenta di colmare con quei ragionamenti che, proprio come dice l’autore, ci sono utili per conoscere il nostro nemico, quello che non potremo mai battere ma che, avendolo visto in faccia, ci permette di sottometterci a lui con più consapevolezza e con la serenità dei vinti. Gli argomenti che riguardano la morte sono tanti, gli esempi si potrebbe dire infiniti e così anche le considerazioni. Tuttavia, c’è il rischio che, essendo unico l’oggetto o il soggetto di discussione, il tutto diventi ridondante. Si muore in mille maniere, muoiono in tanti in ogni secondo che passa e tutti, prima o poi, moriremo. Il denominatore comune risulta quindi sempre presente e, per quanto si possa sviscerare l’argomento, alla morte si deve arrivare. Vero è che, dal punto di vista legislativo, l’argomento non sia stato ancora discusso a sufficienza. I casi di dj Fabo e del piccolo Charlie Gard hanno scatenato un dibattito che si è poi rivelato un fuoco di paglia. Il silenzio è di nuovo calato sul fine vita e tutto è tornato ad essere attesa di un nemico senza volto.



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