Il turno

Per le strade di Girgenti, Marcantonio Ravì dichiara apertamente ad amici e conoscenti ciò che ha pianificato per il futuro di sua figlia Stellina. Il Ravì, infatti, l’ha pensata proprio bene: per garantire felicità e sicurezza economica a Stellina, la darà in sposa a turno a diversi mariti, fissando quindi un ordine preciso tra i pretendenti. Prima la ragazza sposerà il ricco don Diego Alcozèr, un arzillo vecchietto già vedovo di quattro mogli, poi, una volta deceduto il consorte, la bella e giovane Stellina, ormai ricca ereditiera, potrà sposare chi vorrà, magari uno dei diversi spasimanti che ogni sera le fanno la serenata, come i fratelli Salvo e i cugini Garofalo. Tra questi, però, il più piacente è sicuramente Pepè Alletto, nobile decaduto e soprattutto squattrinato, privo di carattere e, suo malgrado, di iniziative. A chi rimane scandalizzato da tale progetto, il Ravì risponde bonariamente “Ragioniamo!”, perché, dal suo punto di vista, il piano fila liscio ed è assolutamente razionale… Peccato che Stellina proprio non ne voglia sapere di questa logica del “turno” e rimanga chiusa nella sua camera, rifiutando tutti e tutto, persino il cibo. Nemmeno la madre, si-donna Rosa, sottomessa alla volontà del marito, è dalla sua parte. Solo la vicina di casa, Carmela Mendola, con la figlia Tina fa coraggio a Stellina, passandole di tanto in tanto qualche involtino dalla finestra. Così il Ravì se ne va in giro a braccetto con Don Diego, il futuro genero tutto gongolante: con il matrimonio infatti il vecchietto godrà della compagnia di una moglie giovane, soprattutto la notte, quando, a suo dire, gli spiriti delle defunte consorti vengono a tirargli le coperte nel letto. E cosa gliene importa di cosa farà Stellina con i suoi soldi, una volta che sarà morto? Nonostante lo scandalo generale e l’opposizione della ragazza, Il matrimonio si celebra, ma le cose non vanno come dovrebbero: la logica del “turno” si infrange di fronte alla spinta irrazionale del caso, vero signore della storia e padrone delle vicende…

Il turno è uno dei romanzi giovanili di Pirandello, scritto nel 1895. Concepito più come un racconto lungo che come un romanzo, il testo si suddivide in trenta capitoletti che sembrano rappresentare dei rapidi cambi di scena. Lo scambio di battute tra i personaggi è vivace e divertente, divenendo in alcuni punti davvero esilarante. Ma oltre a questa anticipazione della grande scrittura teatrale, ne Il turno troviamo già alcuni temi dell’immaginario pirandelliano: la gelosia che fa impazzire chi la prova e chi la subisce (come ben sapeva l’autore, la cui moglie soffriva di una forma paranoide di gelosia); il matrimonio spesso tramutatosi in una gabbia, come ci insegna Mattia Pascal; il paradosso di una proposta sconcertante nella sua razionalità - il turno per Marcantonio Ravì, la patente di iettatore, ad esempio, per Chiàrchiaro, protagonista del famosissimo atto unico La patente. La trovata del “turno” e la catena di eventi che ne derivano hanno poi il sapore dolce-amaro dell’umorismo pirandelliano soprattutto quando, alla fine, i protagonisti, sconcertati di fronte all’imprevedibilità del “caso”, si riconoscono semplici pedine di un destino che difficilmente fa degli sconti.

 


 

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