Il vecchio e il mare

Il vecchio e il mare
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Cuba, una costa arida e non più feconda in grado di distruggere anche il pescatore più esperto. Il caldo è insopportabile, l’aria è umida e appiccicosa. Santiago riposa nella sua catapecchia in riva al mare, una delle ultime capanne di pescatori costruite direttamente sulla sabbia. Il pavimento ricoperto di vecchi giornali, attrezzature per la pesca poggiate alle fragili mura di legno. Un tempo era un grande pescatore, Santiago, con mille storie da raccontare in quel famoso bar lì sulla collina. Ora è vecchio, da ottantadue giorni non pesca una sardina, il suo animo è distrutto, la natura gli è avversa. Il suo compagno, il mare, l’ha abbandonato – e lui è completamente solo. Manolo, un ragazzino, spesso passa a fargli visita: un tempo pescavano insieme, Santiago gli ha insegnato tutto. Ma non si campa di aria e di sogni e così Manolo è costretto a lavorare su un’altra barca. Eppure non ha dimenticato il vecchio, il suo mentore: gli prepara le esche, lo aiuta a trasportare le lenze sulla piccola barca ormeggiata a pochi metri dalla capanna. Santiago vuole sfidare la sua atavica sfortuna, vuole dare una seconda possibilità alla sua vita e decide di rimettersi di nuovo in mare. Copre la sua testa quasi calva con un cappello di paglia e inizia a remare. Negli occhi la speranza di pescare qualcosa, di poter ritornare al villaggio e far vedere a tutti che non è ancora fottuto. Al largo è un’unica cosa con l’oceano, la brezza marina, il sole e il sale che gli bruciano la pelle e gli occhi. La sua lenza inizia a muoversi, qualcosa ha abboccato alle sue esche, non tutto è perduto allora! Il pesce ha una forza incredibile, riesce a vederne il dorso e la pinna, è un Marlin. Pesca grossa. Il filo gli taglia le dita, ma lui non demorde, a quell’amo è legata la sua dignità...

Quando nel 1952 sulla rivista “Life” compare per la prima volta questo racconto, il pubblico ne è estasiato, queste pagine porteranno grande fortuna allo scrittore che l’anno dopo riceve il Pulitzer e nel 1954 il premio Nobel per la Letteratura. Questo libro è il suo talismano, il suo portafortuna: Ernest Hemingway ha il dolce vizio di raccontare storie normali, semplici (si legava al suo scrittoio all’impiedi per non perdere il filo dei suoi pensieri, per ore, arrivando a fine giornata stremato, come se avesse combattuto contro un toro dalle corna appuntite e lucenti) e forse proprio per questo arrivano dirette al cuore dei suoi lettori. Il suo pubblico è innamorato dei suoi personaggi: tutti sconfitti, sognatori e avventurieri. Qui lo scrittore riesce a trasmettere la forza di Santiago, l’afa delle mattinate caraibiche, il rumore delle onde e le avversità della natura. L’uomo contro il mare, contro una forza che riesce a domare solo per caso e non fino in fondo. Il vecchio riesce a portare a casa mezzo pesce, un’amara vittoria. Ma non è il bottino di pesca la cosa che conta. La vera cosa importante è la consapevolezza del pescatore – dell’uomo – che ha capito di non essere ancora finito. Santiago ha (ri)scoperto la sua forza, la vita che gli scorre nelle vene, la fluidità dei suoi pensieri. Quando ritorna sulla riva e rivede Manolo nei suoi occhi non c’è più rassegnazione, ma una ritrovata tenacia.



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