Il velo nero

La vita di Rick Moody è come i suoi libri, scritta “a ritmo di spasmi”, convulsa, quasi epilettica, in cui gli avvenimenti si susseguono a velocità alternata, come i treni della metro di New York. I ricordi sono tanti e tutti sono fondamentali per capire cosa è divenuto ora; raccontarli è una prova esistenziale che spesso porta ad inciampare, fermarsi e riconsiderare. Come a quello che diceva sua madre, o a quello che lui non le diceva, parlare dei sandinisti o delle guerre in Nicaragua per non dirle che la vigilia di Natale rappresenta solo il giorno in cui si ritrova come sempre a vomitare rum o eggnog fatto in casa appositamente per le feste. Poi c’è suo padre, il grande intellettuale, che si accompagna ad una donna bionda conosciuta un giorno per caso in macchina senza troppe presentazioni. Suo padre e i suoi libri, Moby Dick sopra gli altri, che leggeva ad alta voce e stralci del quale Moody ama ricordare. Esiste un legame forte tra la sua famiglia e la letteratura, legame che sottolinea quanto fosse già scritto il suo destino di scrittore: lo ha creato il grande scrittore americano Nathaniel Hawthorne in uno dei suoi “racconti narrati due volte” e, più precisamente ne Il velo nero del pastore. Vi si parla di un clerico del Maine, chiamato Joseph Moody, che per espiare il suo peccato più grande commesso con un amico vagò nel mondo fino alla sua morte nascondendo il proprio volto…

Nell’ultimo capitolo di questo romanzo semiautobiografico, Rick Moody ammette di aver deciso deliberatamente di non nascondere nulla. “Tutto ciò che mi riguardava, purché fosse significativo, doveva essere utilizzato”. E in effetti, in questo lungo libro l’autore non veste mai “un velo nero”, almeno non nei confronti del lettore che scopre davvero molto della sua esistenza, fatta di sbronze, droghe, depressione ed esaurimenti nervosi. Ma anche e soprattutto la sua famiglia e i rapporti tesi o spesso fragili con essa. La narrazione è quella tipica di Moody e riflette benissimo il materiale che si intende dipanare: citazioni che seguono ricordi familiari, riflessioni letterarie su Hawthorne che lasciano il passo ad aneddoti più o meno malinconici e paradossali. Il corsivo rimane la sua cifra stilistica e, anche qui purtroppo, ne fa un uso smodato, a tratti poco piacevole. Le digressioni, quindi, a cui fa riferimento il sottotitolo in copertina sono la parte più importante, a ben guardare, e rappresentano anche il modo migliore per svelare del tutto la coscienza dello scrittore, che si domanda se in effetti non dovremmo tutti girare per la strada con un velo nero a nascondere i nostri difetti (non fisici, ovviamente). La risposta è tutta nell’ultima frase del libro che, posta subito dopo un lungo elenco – a cui un lettore di Moody è abituato – non lascia il campo a nessun tipo di speranza.

 


 

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