Il verdetto

Il verdetto

Lei, gonna al ginocchio e famiglia borghese, aveva sedici anni quando lo ha incontrato per la prima volta. Era uscita da scuola, il liceo classico Vittorio Emanuele, e nella strada invasa dal sole c’era lui. Le si era avvicinato e le aveva chiesto un fazzoletto, facendo uno sforzo enorme per parlare in italiano. Era sudato, ma quando aveva passato il fazzoletto dietro la nuca, quello si era imbevuto di sangue rosso. Lei non aveva “mai visto un uomo accoltellato, all’epoca, e neppure certe spalle così larghe e certi occhi così profondi”. Non si era ritratta e anzi qualcosa nel sangue di quell’uomo le aveva dato “il tempo e la misura della mia vita”, qualcosa di arcaico l’aveva chiamata come chiama la città, come chiama la terra. A lui piaceva come parlava lei, “come parli bello tu, eh?” le diceva, e lei lo aveva seguito sul motorino in due in posti dove non era mai stata, e lui “lo salutavano tutti, lo conoscevano tutti”, di tutti lui sembrava in qualche modo prendersi cura. Lui non aveva fatto niente per farsi accettare dalla inorridita famiglia di lei, ma entrambe le loro famiglie avevano osteggiato il loro legame. La madre di lui le aveva persino fatto una fattura, un rito, “Io ne evocai uno più arcaico a proteggermi: restai incinta, e a diciassette anni ero sua moglie, con il permesso di tutti”. Lui allora ne fece la regina del suo mondo, tutti la chiamavano così, “la regina”, lei, ormai moglie di un boss, gli diede tre figli. Ma poi, con il fiato della polizia sul collo a stanarlo, lui era andato via, in Puglia presso un capo della Sacra Corona, per tanto, troppo tempo. Lei non aveva potuto sopportare quello che era successo dopo, quello che lui – adesso che è un fantasma – definisce inevitabile. Adesso, davanti alla corte dei giudici severi, lei non chiede nessun perdono. Non c’è colpa che possa espiare, non c’è punizione che possa ridarle la sua unica ragione di vita. “Pensate voi di potermi restituire le mie mani?”. Vuole soltanto raccontare il suo dolore. Lei, Clitennestra, che per passione, amore e poi vendetta ha ucciso il suo unico amore, Agamennone…

Quando si dice che i Greci nel mondo classico hanno detto tutto, non è un modo di dire, uno stereotipo culturale o una forma di snobismo intellettuale. È così vero che è addirittura possibile, a secoli di distanza, prendere l’impianto di una tragedia – una delle espressioni più alte della classicità – e applicarlo ad una storia moderna (e in realtà questo accade abbastanza spesso nella letteratura, nel teatro e in tutte le manifestazioni dell’arte) ambientata a Napoli, nel bel mezzo di una guerra di camorra, con protagonisti un rozzo boss e una giovane borghese. Il tema è unico, universale, archetipico, oltre il tempo: l’amore. È una colpa amare? chiede la novella e omonima Clitennestra ai suoi giudici. E chiede un verdetto sulla sua verità, sulla verità del suo amore. Amore che è passione e sangue che scorre impazzito e indomabile nelle vene. E poi scorre fuori, quando si fa vendetta. Amore è tragedia, punto. Dieci anni in esilio a combattere la sua guerra in un’altra Troia – in Puglia, non in Asia Minore -, Agamennone ha lasciato sola la sua donna, anche lui, come l’omonimo del mito, ha tradito la sua regina e l’ha resa folle di gelosia. Quando è tornato a casa con la giovane amante, per lei non c’è stato altro sentimento all’infuori della vendetta, “Vendetta è figlia di Dolore che è figlio di Amore, se fossi io a decidere le genealogie, fonderei questa per me e Agamennone”, dice. Clitennestra, condannata già a suo tempo ad essere emblema dell’uxoricida e giudice lucida di se stessa, racconta la sua storia, a cominciare da quel fazzoletto rosso di sangue, presagio nefasto che si era fatto richiamo per il suo, di sangue, quando si era innamorata perdutamente. Non cerca perdono, lei, consapevole di non poter essere compresa, vuole soltanto che si sappia che nessuno potrà punirla più di quanto abbia fatto lei stessa, privandosi dell’unica sua ragione di vita. E, come si sa, sangue chiama sangue, il sangue comanda nella tragedia greca, e quindi anche nell’amore che si fa esso stesso tragedia. E chiama dalla profondità del Tempo, dove ha impregnato i miti greci e le storie antiche, ma in realtà scorreva e urlava da molto prima, dalla notte dei tempi. Valeria Parrella – scrittrice tradotta all’estero, giornalista e drammaturga, pluripremiata e vincitrice del Campiello Opera Prima, finalista allo Strega 2005 – è autrice di una pièce teatrale, idealmente sospesa tra Grecia e Napoli, dall’effetto straniante che accosta mito millenario e realtà anni ’80 ispirandosi all'Orestea di Eschilo. L’ attenta ricerca linguistica, lo stile asciutto, conciso e ricco di frasi icastiche che hanno l’eleganza dell’aforisma, rendono interessante la lettura della brevissima trasposizione dell’atto unico – andato in scena con il titolo Io, Clitennestra nel 2007 al Teatro Stabile Mercadante di Napoli per la regia di Mario Martone – in un racconto lungo pubblicato per la prima volta da Bompiani nello stesso anno; in quella occasione, a dire il vero, pubblicazione seguita da numerose polemiche dei lettori per via del prezzo troppo alto in relazione al numero davvero esiguo di pagine. Testo, invece, perfetto per la neonata collana digitale de La nave di Teseo, Gli Squali, “un tentativo di non rimanere fermi, nell’attesa che si possa riprendere” (ndr. il riferimento è al lockdown 2020), per usare le parole di Elisabetta Sgarbi che parla di “Una serie a tinte noir con il meglio della letteratura italiana e internazionale dal suo catalogo”. Quanto al nome scelto per la collana, aggiunge anche: “Cercavamo un nome che indicasse qualcosa di totalizzante pur in una dimensione breve. Se questi racconti brevi, in senso lato noir, riuscissero a rubare tutti i nostri pensieri e le nostre azioni per il tempo della lettura, e a lasciare un’impronta nella nostra memoria, come avverrebbe se ci trovassimo davanti a uno squalo, l’iniziativa potrebbe dirsi riuscita”. Beh, se leggerete le poche pagine de Il verdetto, preparatavi ad incontrare uno squalo antico ancora capace di turbare chi se lo trova di fronte. Quando vi racconta una vecchia storia di amore e morte, nata nel sangue e nel sangue finita, perché così è e basta, perché “Tutto è stato governato da Necessità eppure nulla è stato scelto, eppure nulla rinnego”.



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