Il vestito verde

Parigi, 2002, Places de Vosges, o almeno così riporta la carta da lettere intestata all’Hotel de la Comtesse. Una suite lussuosissima, blu e avorio, “sembra di stare su un tappeto volante”. Un elegante vestito da sera verde smeraldo, una borsa di pelle con dentro poche cose: un rossetto, uno specchio, un bracciale, un anello e un foglio di carta vecchia che recita “verrà la morte e avrà ai tuoi occhi [...]”. La giovane ragazza spaesata, che si sveglia circondata da queste poche cose, riconosce subito i versi di Cesare Pavese: non ricorda il suo nome, né sa perché si trovi lì, non possiede alcuna memoria del suo passato, ma la poesia è l’unica cosa di cui è certa, insieme al fatto che i suoi pensieri siano in italiano e non in francese. Berlino, 1938. Charles arriva in Germania deciso a costruirsi una nuova vita. Lascia Parigi, la moglie e il figlio piccolo perché non riesce più a sostenere la vergogna per i troppi debiti accumulati. Una serie di circostanze fortunate vuole che possa in poco tempo crearsi una nuova quotidianità, nonostante i sensi di colpa non smettano di tormentarlo. Finché non arrivano la guerra, i nazisti, la fuga, le torture. Italia, 1965, da Scillato a Grosseto. Un viaggio lungo un sogno, quello di Sofia e della sua prima estate in libertà, assunta come cameriera nell’albergo degli zii. Insieme alla cugina Gemma e lontana dal padre con manie dispotiche, Sofia scopre i vestiti alla moda e l’amore. Bruno le ruba il cuore e insieme preparano un piano per il loro futuro: anziché scappare decidono di rifare il viaggio al contrario, da Grosseto alla Sicilia, a un giorno di distanza l’uno dall’altra, per convincere il padre della ragazza a benedire la loro unione...

Tre storie apparentemente sconnesse, tre microcosmi a se stanti, tempi e luoghi completamente diversi ma in realtà parte di un unico mistero che si svelerà molto lentamente, perché “c’è qualcosa che non riesce a venire a galla”. Il vestito illuminato di lustrini da cui tutto ha inizio, sembra appena uscito da un costoso atelier, ma ricostruire la storia della sua elegante silhouette è come mettere insieme i pezzi di un puzzle: ci vogliono pazienza e attenzione ai dettagli. “Ma a un certo punto […] tutto diventa chiaro” e il filo di Arianna in questo labirinto di narrazione è la voce di Giulia Depentor stessa che, in più di un’occasione, si rivolge apertamente al lettore ricordando dettagli facili da dimenticare o dando anticipazioni sull’evolversi della vicenda. Appassionata di ricerche genealogiche, la Depentor infonde al romanzo tutto il suo amore per ciò che è storia da ricomporre. Un viaggio nel tempo che comincia e finisce nella Parigi di inizio millennio, passando a più riprese per una Berlino in guerra e per l’Italia degli anni sessanta. Al complicato intrico di fatti e avvenimenti, fa da contrasto uno stile piacevolmente semplice, evocativo ma senza fronzoli. Sembra quasi di assistere a un film in bianco e nero: tonalità essenziali, ma di grande impatto.



0

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER