Il vizio del diavolo

Il vizio del diavolo

Corinna ha 14 anni. È orfana e dalla morte della madre vive nello stesso collegio in cui lei insegnava, accolta con generosa pietà dal direttore. Non fa nulla per nascondere la rabbia e il risentimento che prova “sepolta viva e da adolescente in quel collegio simile a un penitenziario”. Insofferente alle regole fuma di nascosto, dice parolacce, beve birra e sul cellulare guarda film horror e di fantascienza oppure si perde in giochi virtuali violenti, nonostante i rimproveri dei religiosi che considerano i “vizi come anticamera del peccato”. Pensa di non potersi permettere la debolezza di piangere, ma come tutti gli adolescenti è vittima di quella fragilità tipica della zona di confine tra l’infanzia e l’età adulta. La sera dell’Antivigilia di Natale, quando il collegio è ormai vuoto di studenti e insegnanti tornati alle famiglie, e oltre Corinna restano solo due suore e un prete, si scatena un nubifragio che affoga la campagna e sferza la pietra dello sperduto mausoleo. Ed è dopo il crepuscolo che inizia l’incubo. Fumando in giardino di nascosto, avverte una presenza che la spia: è solo una sensazione, un brivido, ma è così reale che senza pensare ripercorre di corsa la strada ormai scivolosa per la pioggia e il muschio, e si rifugia al sicuro dietro al pesante portone del collegio. Il diavolo ha cominciato il suo inganno nascosto negli angoli bui, e mentre confonde tutti e tutti sono possibili sospettati, lui sghignazza: del resto ingannare è uno dei suoi vizi...

Ambientato nella campagna italiana, Il vizio del diavolo trasmette una sottile ansia già dalle prime pagine, come se davvero il diavolo si aggirasse dapprima nel giardino zuppo e poi nei corridoi silenziosi e bui del collegio. Il ritmo lento, lo scenario, le descrizioni dettagliate di luoghi e situazioni e l’esiguo numero dei personaggi: tutto contribuisce ad aumentare la sensazione di inquietudine che cresce gradualmente nel lettore. I personaggi sono sfaccettati, ognuno di loro ha un segreto da nascondere e zone d’ombra che si notano solo quando cambia la luce, tutti sembrano essere colpevoli, basta guardare da un’altra angolazione per mutare la prospettiva e rendere verosimile una teoria diversa: come se davvero il diavolo si divertisse a seminare diffidenza e scetticismo, confondendo anche il lettore. L’ambientazione sembra uscire direttamente da un romanzo inglese del secolo scorso, con il collegio in pietra, i corridoi bui, il nubifragio, la nebbia... Così come lo stesso Enrico Luceri ammette nella postfazione, citando diverse opere letterarie e cinematografiche che avrebbe omaggiato nella stesura del romanzo, attingendo, tra gli altri, da Pupi Avati, Agatha Christie, Dario Argento. Il dualismo tra religione e peccato e l’attenzione ai particolari offrono una chiave di lettura interessante: “La presenza del diavolo non è sempre una materializzazione del male, ma è semplicemente il modo subdolo ed efficace, purtroppo, con cui possiede l’anima dei peccatori”.



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