Il volontario

Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

A ventitré anni Elroy Heflin è già segnato dalla vita. Sa cosa vuol dire lavorare duro a rastrellare asfalto bollente sulle strade di Kansas, Nebraska, Maine. Sa cosa vuol dire spacciare eroina e farsi, vivendo da homeless al freddo per poi un bel giorno decidere di smettere e disintossicarsi da solo, senza metadone. Sa cosa vuol dire picchiare. Sa cosa vuol dire essere picchiato. Sa cos’è la prigione. Ha deciso di arruolarsi nell’esercito per avere un posto sicuro dove dormire e cominciare finalmente a “ingranare”. Dopo un breve addestramento, viene assegnato alla Cooperazione per la Difesa presso l’ambasciata americana di Riga, in Lettonia. Il Paese baltico sta per entrare nella NATO, c’è un’atmosfera euforica e i giovani soldati statunitensi sono come galli in un pollaio. Elroy, nel giro di un paio di mesi passati a scopare qua e là con grandissima facilità, si fa la ragazza fissa: si chiama Evija e ben presto rimane incinta. Passano cinque anni ed Elroy – che nel frattempo è stato promosso sergente – ora è di stanza in Afghanistan, “a girare un terzo del suo stipendio a una banca dell’ex Unione Sovietica per il mantenimento di un bambino che vede sì e no due volte l’anno”. Ed Evija? La poesia è finita da un pezzo, gli ha fatto sicuramente una foresta di corna e ora si vede con un tizio russo che fa teatro, facendosi sentire solo via e-mail con continue richieste di soldi. Elroy, infuriato, smette di mandarle soldi. Per un po’, silenzio. Finché, mentre è in licenza in New Mexico, riceve una mail minacciosa: Evija si trasferisce in Spagna ma non vuole portare il bambino, Janis, con sé. La famiglia di lei non ne vuole sapere e quindi Janis deve andare a vivere con il padre: quando può venire a prenderselo? Il soldato si precipita a Riga. Durante il lungo viaggio non dorme mai, nemmeno un minuto. Si presenta all’appuntamento con Evija, in un caffè del centro, con un mazzo di fiori. Ma la ragazza nemmeno si presenta, arriva una vecchia megera con lo scialle seguita da Janis, che trascina con fatica un trolley troppo grande per lui. Elroy prende il figlio per mano e insieme vanno a prendere l’autobus per l’aeroporto. In aereo, consegna al bambino un libriccino da colorare e un pastello a cera che gli ha portato dal New Mexico e lui se ne sta buono buono tutto il tempo. All’aeroporto di Amburgo Fuhlsbüttel, dove devono fare scalo, Elroy porta Janis nel bagno degli uomini e gli riempie la tasca del giaccone di soldi, raccomandandogli di aspettarlo lì, lo verrà a prendere alle 2, in tempo per prendere il prossimo aereo. Deve comprare qualcosa e vuole muoversi velocemente, ma è solo una scusa: Elroy ha bisogno “di sottrarsi dallo sguardo del bambino, in modo da poter dare poi l’impressione di sapere cosa cazzo sta facendo”. Mentre gira per l’aeroporto tedesco, il soldato ha in testa mille pensieri, nessuno chiaro. Le due passano. La coincidenza sta per cominciare l’imbarco al Gate. L’altoparlante ripete ossessivamente un annuncio su qualcosa di smarrito. Di abbandonato. Senza più pensare niente, Elroy non torna da Janis e sale sull’aereo. Nel frattempo, il bambino è stato trovato, piange disperato ma nessuno riesce a capire in che lingua parli. Gli hanno offerto una cioccolata calda, ma lui esita a berla perché ricorda che la madre una volta gli ha detto di non fidarsi mai dei tedeschi…

In questo monumentale romanzo da 450 pagine finalista al National Book Award e vincitore del Young Lions Fiction Award assegnato dalla New York Public Library e del Norman Mailer Cape Cod Award, Salvatore Scibona ci racconta una saga familiare patrilineare che attraversa tre generazioni, dallo Iowa del 1950 alla guerra del Vietnam, dalla New York degli anni Settanta alla sterminata provincia americana, per terminare in un immaginario 2029 in Namibia. Elroy Heflin è il figlio adottivo di Vollie Frade, il “volontario” del titolo (Vollie è appunto il vezzeggiativo di questo soprannome), un ragazzo di campagna che per fare un dispetto ai genitori troppo severi si arruola nei marines facendo una forma falsa del padre, contando sul fatto che i genitori annulleranno tutto e gli impediranno di partire. Ma inaspettatamente e dolorosamente, non lo fanno (“Potremmo fermarlo, (…) ma troverebbe un altro modo”) e si trova scacciato dalla casa e dalla campagna che non avrebbe mai voluto lasciare “da una forza più potente della sua volontà” (altro che volontario), che si sta “servendo di lui come di uno strumento”. La parte più lunga del romanzo è quella dedicata alle avventure di Vollie in Vietnam: la paura, l’umidità, i convogli di camion nella giungla che non devono fermarsi mai a qualunque costo, la morte, la mancanza di senso, il fango, la carriera nell’Intelligence Usa. La violenza, il rimorso, l’amarezza tornano e tornano pagina dopo pagina, decennio dopo decennio come in una spirale infinita. Scibona racconta tutto questo e molto di più governando un flusso potente di emozioni ed eventi con maestria. Siamo dalle parti del “grande romanzo americano”, di Don DeLillo, di Theodore Dreiser addirittura: una fusione vibrante e tonante tra epica nazionale e letteratura post Vietnam (un genere a sé che consta ad oggi di circa tremila romanzi) che alla fine lascia nel lettore quel senso di spaesata malinconia che solo i grandi romanzi sanno causare.

LEGGI L’INTERVISTA A SALVATORE SCIBONA



0

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER