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Immagina di baciare Pete

Immagina di baciare Pete

Ci sono notizie che ti spiazzano, che ti sorprendono e alle quali cerchi di dare una spiegazione. Notizie come il matrimonio improvviso tra Bobbie Hammersmith e Pete Ichabod McCrea, dato che lei, fino a poche settimane prima, era fidanzata con un certo Johnny White del Connecticut. Una scelta incomprensibile, che negli amici di lunga data genera ipotesi anche crudeli. Una di queste è che Bobbie non abbia voluto darsi la possibilità di cambiare idea. Una specie di reazione istintiva alla vita precedente che evidentemente non le andava più bene. Ma lo stacco è troppo netto, la differenza tra i due talmente evidente che sembra impossibile che il loro matrimonio possa funzionare. Lei, ancora bella e affascinante come da ragazza, lui anonimo e scialbo. Questi sono i pensieri dello scrittore Jim Malloy, tornato a Gibbsville in Pennsylvania da New York per fare da testimone a uno sposo che non gli è mai stato veramente amico e con il quale in gioventù ha condiviso ben poco. Un matrimonio surreale al quale, dopo il ritorno a New York, dalla vecchia combriccola di amici seguono notizie sulla coppia che, a detta di tutti, si sarebbe subito divisa. Invece a Natale i due sono ancora insieme, anche se Pete in pochi mesi si è trasformato in una persona sgradevole e ha perso gran parte dei suoi amici. Eppure Bobbie rimane incinta e dopo il primo figlio ne segue subito il secondo. Più passano gli anni e più il rapporto tra i due sembra reggersi sul nulla. Ma nemmeno la crisi finanziaria e la grande Depressione che mette in ginocchio l’America li travolge. Pete e Bobbie si mantengono a galla, ciascuno con i propri amanti e con la propria vita, in bilico tra povertà e apparente benessere, incatenati in una relazione che attraversa la prima metà del Novecento americano in cerca di un lieto fine...

E il lieto fine promesso da O’Hara e che non ti aspetteresti arriva davvero, in questa storia americana che nasce dalle ombre di un matrimonio costruito sul niente, organizzato come una protesta e un capriccio di una donna che sembra cercare l’autolesionismo unendosi a un uomo con il quale non ha nulla in comune, mentre avrebbe potuto avere tutto, Jim Malloy compreso. Una voce narrante che si colloca a metà strada tra Arturo Bandini e Hank Chinasky, tra Fante e Bukowski, così come ci spiega Luca Ricci nella sua postfazione a questo secondo capitolo (il primo volume, La ragazza nel portabagagli, è uscito nel 2019) della trilogia di racconti lunghi raccolti all’ombra del titolo Prediche e acqua minerale. Il realismo di O’Hara germoglia nei dialoghi di Malloy, nel suo racconto distaccato e privo di grandi emozioni che però ci guida con un ritmo pacato e sicuro fino alla fine. La forma del racconto lungo scelta da O’Hara si rivela la strada migliore, nonostante questo respiro letterario incontri le diffidenze di molti lettori. Eppure all’interno c’è tutto quello che serve, il necessario, l’indispensabile. Tutto il resto probabilmente sarebbe sembrato orpello. La storia che O’Hara ci racconta è come un sasso scagliato lontano. Possiamo osservarne tutta la traiettoria, l’arco che la pietra segue nel cielo, possiamo vederlo cadere e rimbalzare in un unico movimento, senza stacchi. L’essenza di Jim Malloy, scrittore che durante il periodo della post Depressione si ingegna a scrivere qualsiasi cosa pur di restare all’interno di quel mondo, è la medesima del suo alter ego e autore O’Hara, scomparso nel 1970, che riuscì a pubblicare ben 247 racconti sul “New Yorker”, convinto che il Nobel dopo la morte di Hemingway gli spettasse di diritto.