Infomocracy

Infomocracy

Fine Ventunesimo Secolo. Il quartier generale dell’Informazione, pur senza insegne, è riconoscibile: numerosi piani attraversati da infiniti cubicoli, come un alveare; le api operaie sono coloro che lì dentro raccolgono, elaborano e registrano ogni dettaglio di tutte le conversazioni e azioni degli umani. E le interpretano. Da quel luogo nascono i commenti che riempiono la massa di notizie mirate, costruite su misura per confermare o confutare un fatto; è, in fondo, ciò che qualunque utente dei social network esige. Nel frattempo, è tempo di nuove elezioni: si tratta di un voto che interessa tutto il globo (gli stati-nazione si sono dissolti) ed è atteso da un decennio: è il voto del secolo, l’unica occasione per cambiare volto al potere. Importano poco i candidati e le idee, che siano di 1China, la fazione piccola, o dei più attrezzati Policy1st o del primo partito, Heritage, oppure ancora di Liberty, senza contare gli anarchici; né preoccupano più di tanto i governi populisti e regionalisti che nascono nelle più remote province: “Quel che conta è votare. La partecipazione è tutto”. Occorre convincere le Centurie, microcomunità variegate, battendole palmo a palmo. Per farlo ci si sposta con il corvo, mezzo che consente lunghi viaggi anche transoceanici, offrendo lo spazio per dormire e lavorare. Si tratta di libere elezioni oppure di un esperimento politico gestito nell’ombra? Il sistema è in grado di reggere le spinte e controspinte delle Centurie oppure nasconde inquietanti risvolti totalitari? Si può scalfire l’Informazione o persino tentare di distruggerla? Ken, Domaine e Mishima cercano di farsi spazio nella malcelata pax democratica globale, mettendo in campo le proprie specialità e schivando incidenti e disastri naturali, sospetti di golpe, depistaggi e false identità. Domaine è “l’uomo dalle mille risorse” e sa muoversi sullo scacchiere politico con abilità; Mishima ha lavorato a lungo all’interno dell’Informazione, è analitica e ha i piedi ben piantati per terra; Ken è un profondo conoscitore dei meccanismi tecnologici e punta ad ambiziosi traguardi...

Come in tutte le distopie che si rispettino, e particolarmente in quelle a sfondo politico, la realtà di Infomocracy è costellata di segnali inquietanti, esasperazioni delle contraddizioni del mondo contemporaneo. Le comunità sociali sono dissolte, gli eroi e gli antieroi si muovono soli e diffidenti, una miriade di comodità di natura tecnologica offuscano i valori fondanti dell’umanità: in questo caso, la democrazia e la libertà. Fra megalopoli povere e città maniacalmente attente alla sostenibilità energetica, sceicchi che detengono il potere da secoli, subdole multinazionali (facilmente riconoscibili) e adolescenti sfruttati per “creare contenuti” per l’infinita sceneggiatura digitale che va in onda sui social, il mondo offerto in questo romanzo (che è il primo di una trilogia) è davvero poco invitante, eppure incuriosisce. Forse perché erede dell’immaginario fantapolitico che anima l’ispirazione dell’autrice, quarantenne con alle spalle studi internazionali prestigiosi e attiva nelle organizzazioni umanitarie nei Paesi in via di sviluppo. Ed ecco quindi che le insegne digitali nei panorami metropolitani sono “olo-proiezioni”, quasi un’evoluzione dei neon di Blade Runner: gli slogan che vi scorrono non sono casuali. “L’ignoranza è un bene”, letta da Ken durante una delle sue spedizioni, ricalca il motto “Ignorance is strength” scolpito in 1984 di Orwell oppure l’amara consapevolezza di un personaggio del film Matrix? Ci sentiamo tutti un po’ colpevoli rendendoci conto di quanto sia fragile il sistema democratico in un mondo globalizzato e quando pensiamo che “l’unico vero interesse della gente è l’intrattenimento”? Stiamo rischiando di piegarci alla comodità di dispositivi come gli elettrodi antirughe e i sensori per regolare la contraccezione fino a perdere di vista il pericolo di una guerra? Seguire le avventure dei protagonisti e le loro labirintiche strategie non può non aprire una visione allarmante sul futuro prossimo, fondato su “sistemi” oggi già presenti anche se relegati, in gran parte, solo al marketing. Eppure trasformare la fiducia in diffidenza (passando per il complotto) e la solidarietà in odio non è una prerogativa delle trame fantascientifiche: in nuce, lo stiamo già sperimentando.



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