Io sono l’abisso

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È un venerdì di tarda primavera e l’uomo che pulisce è di turno sulla piccola spiaggia sul lago di Como. È impegnato a sostituire i sacchetti nei cestini, lungo il percorso nel bosco, che la prossima settimana tornerà a svuotare; è come sempre attento a svolgere il suo lavoro con diligenza, e soltanto dopo aver finito si concede di soffermare lo sguardo sulle Alpi che incorniciano il lago. È davvero un posto bellissimo che infonde serenità. Ad un tratto urla strazianti interrompono il silenzio e l’uomo, attraverso i rami, si accorge di un corpo che si dimena nell’acqua ad una decina di metri dalla riva. Lo vede annaspare, è atterrito dalla scena, immagina i temibili vortici subacquei di cui parla la gente del lago che colgono a sorpresa e risucchiano verso il fondo. Per un istante, quello che scorge sparire e riemergere più volte gli pare il viso di un bambino tornato dal passato, grassottello e con i braccioli arancioni sgonfi. Non ci riflette, corre verso la riva, si toglie le scarpe e gli occhiali ed entra nell’acqua. Si tuffa, sa nuotare, è l’unica lezione che sua madre gli ha involontariamente impartito. L’uomo lotta contro i pericolosi mulinelli che tentano di avvinghiarlo, poi afferra un avambraccio e trascina il corpo svenuto a riva. Lì si accorge che non si tratta di un bambino ma di una ragazzina dai capelli scuri e il fisico esile. La gira sul dorso e si accorge della matita sbavata sulle palpebre, dei piercing alle orecchie, del ciuffo viola sulla fronte e della schiuma alla bocca. Non sa bene cosa fare ma sa che se non fa qualcosa lei morirà. Allora le si mette cavalcioni e le comprime il torace con le mani. Quando la ragazzina – che non dimostra più di dodici tredici anni – smette di tossire e sputare acqua, l’uomo capisce che si riprenderà. Si mette in piedi, senza muovere un muscolo mentre il parrucchino continua a sgocciolargli sul viso, ma non riesce a smettere di guardarla e andar via. Lei apre gli occhi e lo fissa con i suoi occhi marroni tristissimi. Lui però si sente al sicuro, perché lui è invisibile e lei non può vederlo. Quando però si accorge che sta arrivando gente, si affretta a raggiungere il suo camioncino e va via. Chi è la ragazzina dal ciuffo viola e perché ha cercato di uccidersi? Perché l’uomo che pulisce è spaventato e sa che a Micky, che vive a casa sua dietro la porta verde, non piacerà affatto questa storia e che quando scoprirà quello che ha fatto lo punirà ancora? E cosa c’entra con la ragazzina e il suo misterioso salvatore il braccio di donna che il lago restituisce alla riva pochi giorni dopo?

Il protagonista del nuovo, attesissimo romanzo di Donato Carrisi – laureato in giurisprudenza e specializzato in criminologia e scienza del comportamento, scrittore, regista, sceneggiatore, giornalista, autore di best seller internazionali tradotti in oltre trenta lingue, vincitore di premi prestigiosi in Italia e all’estero – è un serial killer che, alla fine del romanzo, commuove il lettore fino a rischiare i lucciconi e già questo può bastare a capire che si tratta di una storia anomala, o comunque diversa da tutte quelle precedenti dell’autore pugliese. Non è un caso che, parlando di questo libro, lui abbia dichiarato che la sua particolarità è che parla anche d’amore. Il fatto è che l’amore ha infinite declinazioni e può essere anche terribile, cattivo, malato, sbagliato, morboso. E infatti, tra le tante tematiche sfiorate, in questo romanzo si parla anche di violenza sulle donne, di abuso sui minori, di conflitti familiari, derive deviate che spesso originano da fraintese o degenerate forme d’amore. Ancora Carrisi, durante una presentazione online: “Questa volta non ci sono i miei soliti colpi di scena. Questa volta c’è il sentimento. Ho voluto intrecciare la paura e l’amore, per cui la reazione di molti lettori alla fine del libro è stata di grande sgomento”. Uno sgomento che nasce dalla constatazione che bene o male hanno facce interscambiabili in una storia che risulta inquietante nella misura in cui non si riesce ad odiare il “cattivo” ma anzi quasi se ne ha simpatia. A questo proposito, aggiunge Carrisi “Alcuni mi hanno scritto di aver pianto, e non mi sono stupito, perché il libro è un viaggio emotivo, e per capirlo ed entrarci ci è necessario accettare l’idea di un coinvolgimento. Il gioco consisteva per me nel far solidarizzare il lettore con il personaggio più improbabile. Se ci sono riuscito, vale più di qualunque colpo di scena”. Tenerezza e pena, dunque, per il personaggio che Carrisi definisce più improbabile e per la ragazzina dal ciuffo viola, accomunati dalla solitudine e dalla paura; ed è curioso e doloroso che proprio da questa strana e istintiva empatia origini una svolta decisiva e fatale per uno dei due. Forse perché, a volte, l’amore salva ma a caro prezzo. Meno simpatia suscita, invece, nel lettore la cacciatrice di mosche (di rado i personaggi hanno un nome in questa storia), non un poliziotto – ma amica di una poliziotta funzionale alla storia, altrimenti la protagonista non disporrebbe di informazioni fondamentali né avrebbe la possibilità di agire - , non giovanissima, poco curata, con un peso sulle spalle che da cinque anni le ha cambiato la vita e non in meglio; lei ha scelto di fare della sua vita una missione e si adopera per salvare le donne vittime di uomini violenti. E qui arriviamo a quello che forse è il punto debole del romanzo. È evidente che Donato Carrisi abbia preso a cuore la delicata questione del cosiddetto femminicidio, ma il romanzo finisce così per mettere un po’ troppa carne al fuoco tra revenge porn, bullismo, femminicidio, violenza sulle donne, abuso sui minori, incomunicabilità in famiglia. Non stupisce, insomma, la nota finale che purtroppo sottolinea come alcune vicende raccontate sono tratte da storie di cronaca. È pur vero che questa vicenda, priva di tensione e di clamorosi colpi di scena, è un modo per indagare la complessità della mente umana, le radici del male che possono essere ovunque e che qualche volta sono semplicemente innate, inspiegabili, persino imprevedibili e irriconoscibili. Ma l’effetto complessivo è di un pesante calderone di tematiche. Invece notevole è la bellezza dei paesaggi che fanno da contraltare al male. Ha raccontato Carrisi che, mentre stava facendo dei sopralluoghi, ha scoperto la bellezza di alcuni luoghi sul lago di Como, soprattutto ha ascoltato i racconti della gente del posto che lo definisce, a differenza del mare, “collerico ma alla fine generoso” e dice che “il lago sembra placido ma sotto è agitato da correnti impetuose e ha la caratteristica di ‘tenersi le cose’ e restituirle dopo molto tempo come fosse un messaggio”. Inoltre è il lago che decide chi può rimanere e chi no, e infatti ci sono tante abitazioni vuote nella zona, perché i proprietari se ne sono andati a vivere lontano. Con il suo fascino lugubre, malinconico e inquietante il lago è raccontato come fosse un personaggio del romanzo e l’acqua ha un ruolo fondamentale all’inizio e alla fine della storia, come in un cerchio che si chiude perfettamente. La scrittura di Carrisi è sempre fluida e la lettura scorre veloce anche grazie ai capitoli brevi e incalzanti e nonostante i diversi piani temporali che si intersecano. Ed è anche, come sempre, molto evocativa sì da prestarsi certamente a traduzioni filmiche, come è già avvenuto per altri suoi romanzi. In conclusione, Io sono l’abisso forse non è il più riuscito dei romanzi dell’autore pugliese ma è comunque consigliatissimo a tutti i suoi lettori e a chiunque legga volentieri storie inquietanti, quelle in cui anche l’amore, talvolta, fa male.



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