Io sono Zelda

Io sono Zelda

Gert è stato molto gentile a regalare nientemeno che un vichingo in carne e ossa alla sorella Zelda per il suo ventunesimo compleanno. Lei adora i vichinghi, conosce le loro storie, usanze, persino qualche espressione nella loro lingua. In realtà, proprio perché Zelda è un’esperta, riconosce che questo non è un vero vichingo (ha le mutande di plastica lucida dorate, dai!), però è tanto contenta lo stesso perché, oltre al vichingo-spogliarellista, ci sono i suoi amici del centro diurno e Marxy, il suo ragazzo. Anche Marxy le ha fatto un super regalo: un bacio alla francese, il suo primo bacio. Forse ci ha messo un po’ troppa saliva, eppure gli aveva spiegato come si fa e avevano visto dei video su YouTube per imparare. Quando tutti se ne vanno dalla festa, Zelda chiede un ultimo regalo a Gert: rivedere ancora una volta la sua videocassetta preferita, dove lei ha 6 anni e gioca in spiaggia con Gert e la mamma. La mamma era bellissima, bionda e sorridente, però ora non c’è più: come una vera guerriera vichinga, ha combattuto contro il cancro ma hanno vinto i cattivi. Papà non si sa dov’è, forse in prigione, forse è scappato. Meno male è rimasto Gert a prendersi cura di Zelda, che è una ragazza speciale, come lo erano le valchirie (anche se qualche merdaccia bifolca a volte la chiama “ritardata”)! Gert è bravo con lei, però ultimamente sta combinando un casino e forse si sta mettendo in guai seri; lei deve intervenire, lottare per salvare la sua tribù, perché lei è Zelda e questa è la sua leggenda...

Andrew David MacDonald, canadese di origine e già premiato per i suoi racconti, esordisce nel genere YA con una storia a metà strada tra il bildungsroman e l’epica. Gli elementi fondanti ci sono tutti: una giovane eroina dalle caratteristiche speciali, i buoni (la tribù), i cattivi, le armi e le prove da superare. Questo, almeno, è il modo di vivere e vedere il mondo con gli occhi di Zelda, secondo regole semplici e categorie precise che finora l’hanno aiutata a gestire e controllare non solo il suo disturbo, lo spettro dei disordini feto-alcolici (noto come FASD), ma anche i traumi pesantissimi che ha subìto e che l’autore ci svela strada facendo. Zelda vive tutto come un’impresa, compresi i riti di passaggio che in realtà ogni giovane affronta: l’innamoramento, il primo bacio, l’approccio al sesso (spoiler: a mio avviso incomprensibilmente disastroso, anch’esso – inutilmente – traumatico!), la richiesta di indipendenza, la costruzione di una propria individualità. Attorno a lei gravitano personaggi, descritti dall’autore tramite lo sguardo di Zelda in maniera “pittoresca” e fortemente caratterizzante, che finiscono per mettere in discussione proprio la sua visione dicotomica della realtà, insegnando (a lei e un po’ anche a chi legge) che “certe volte la vita non è semplice, non è fatta di eroi e cattivi” e che non esiste la leggenda perfetta. Esiste la propria personale leggenda, che ognuno ha il diritto di costruirsi giorno per giorno come meglio crede.



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