Io voglio vivere

Io voglio vivere
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Incontriamo Èva Heyman il giorno del suo tredicesimo compleanno, il 13 febbraio 1944 e la accompagniamo fino al 30 maggio dello stesso anno, lasciandola alle soglie del ghetto da cui dopo pochissimi giorni sarà deportata ad Auschwitz. Il primo giorno racconta al suo “piccolo diario” la festa che ha avuto nonostante Nagyvárad ‒ la città in cui vive con i suoi nonni materni ‒ versi in condizioni che si fanno progressivamente più drammatiche, la felicità per i regali ricevuti e il disappunto per il fatto che la sua mamma Agnes, la sua Ági, non sia venuta a trovarla da Budapest. Nonostante registri l’angoscia dei familiari per gli eventi esterni che precipitano, per qualche giorno Èva mantiene una sorta di serenità , narra con un distacco da fotoreporter ‒ mestiere che dichiara di voler fare da grande per seguire le orme della madre giornalista e sollecitarne la stima ‒ eventi come la destituzione di suo nonno prima dalla carica di presidente dell’Ordine dei farmacisti e poi dalla titolarità della sua stessa farmacia, l’arresto del secondo marito di sua madre (a cui lei si riferisce come zio Béla), l'inasprirsi delle leggi razziali che impediscono alla persona a cui lei vuole più bene al mondo, la bambinaia ariana Juszti, di continuare a lavorare per la sua famiglia. Le annotazioni di Èva procedono per qualche giorno con una sorta di irreale serenità, punteggiata dall’amara consapevolezza di non essere in cima agli affetti di nessuno dei propri familiari e dall’inquietudine appena velata per eventi esterni. Sono una graduatoria quasi ininterrotta, queste prime pagine: a chi vuole più bene la sua mamma? Allo zio Béla e al Nonno, poi a lei e sua nonna. A chi vuole più bene il nonno? Alla Ági, poi a lei. A chi vuole più bene il suo papà che ha divorziato da Ági solo per volere di sua madre ariana? Alle sue donne, nessuna delle quali piace ad Èva, tranne una sua omonima che ovviamente lui non sposerà. A chi vuole bene Pasti Vadas? Ovviamente ad una ragazza della sua età. Poi c’è la sua amica Anni che va meglio di lei a scuola, ma Èva è una competitrice instancabile e pensa di poterla emulare in tutto tranne che per l’affetto dei genitori, dai cui bacetti l’amichetta può disporre a profusione. La bolla in cui vive la piccola Èva si incrina molto presto, fino a finire nell’arco di un mese in frantumi lasciando la piccola in preda a un terrore crescente, la mattina in cui la bambinaia di sua cugina Mártika viene a prelevarla mentre le bimbe stanno facendo merenda con una ciotola di fragole alla panna, perché a casa sua c’è la polizia... deve partire con i genitori. Da quel momento le annotazioni si fanno drammatiche, punteggiate da esclamazioni come “(…) Io voglio vivere ad ogni costo”, oppure “Mio Dio è stato solo un caso, un attimo di distrazione quando hai ucciso Márta ma ora ci proteggerai,vero?”…

Il diario, che per Èva è quasi un fratellino a cui si rivolge usando parole facili per esprimere concetti crudeli, si interrompe il 30 maggio, quando con piccolissimi fagotti di biancheria lei e i suoi nonni vengono trasferiti in uno dei cinque distretti creati in città e mentre si sta diffondendo in tutti il terrore di finire ammassati alla fabbrica della Dréher, anticamera della deportazione in Polonia. Sarà consegnato da Èva alla sua ex bambinaia cattolica perché lo custodisca. Dalla prefazione, scritta da sua madre per la prima edizione del libro apparsa nel 1947, sappiamo che Èva fu avviata alla camera a gas da Mengele non appena arrivata ad Auschwitz. Essendo Io voglio vivere un testo il cui manoscritto non è ormai più disponibile, molti dubbi sono stati avanzati nel corso degli anni in merito alla sua autenticità. Nonostante appaia piuttosto verosimile che esso sia stato editato sia da Agnes che da Béla Szolt, che parla della ragazzina anche nel suo libro Le nove valigie, la scrittura è innegabilmente quella di una tredicenne, molto informata e molto provata. Lo stile è fresco, disarmante e tuttavia già disincantato quando parla della famiglia. Si può affermare che se anche la madre avesse rimaneggiato il testo lo avrebbe fatto senza nulla cancellare delle delusioni e amarezze che il suo egoismo ha causato nella ragazzina e nei suoi nonni. Nonostante i punti in comune con le memorie della più celebre Anna Frank ‒ entrambi I libri si aprono il giorno del tredicesimo compleanno delle bambine, entrambi sono stati pubblicati da un genitore nel 1947 ‒ va sottolineato che le annotazioni della piccola Èva riguardano un arco di tempo molto ristretto e registrano eventi angoscianti ma da un punto di vista che rimane privilegiato e in qualche modo “protetto” dalle brutture esterne, almeno fino a pochi giorni dalla fine. Nonostante la succintezza e il breve arco temporale coperto dalla narrazione il testo fornisce una preziosa occasione per ricostruire non solo le dinamiche sociali all’interno della comunità ebraica ungherese ma anche dei conflitti sociali tra maggioranza della popolazione ungherese e le minoranze. E tuttavia quello che colpisce il lettore allo stomaco, in questo testo, non sono tuttavia le aberrazioni del mondo esterno, ma la consapevolezza che questa giovane, brevissima vita si è consumata senza ricevere amore dalla sua famiglia: sua nonna è infastidita dal fardello che rappresenta e probabilmente convinta che starebbe meglio a Budapest ma sua madre è troppo presa dalla battaglia (che riuscirà a vincere) per far scarcerare il secondo marito per dedicarle più di qualche distratta coccola, il nonno è troppo devastato dalla comparsa dell’ariano Szepesvári a capo della sua farmacia per curarsi di lei e l’unica ad amarla visceralmente è Juszti, che dovrà tuttavia convivere col rimorso di non averla potuta salvare e la cui lettera alla madre della ragazza, inserita a chiusura del volume, è di una chiarezza spietata nell’identificare Agnes e la sua superficialità come corresponsabili del destino della bambina ma allo stesso tempo è quasi assolutoria, augura alla donna di perdonarsi e perdonare lei. Un altro colpo difficile da assorbire per il lettore è inferto dalla postfazione, grazie alla quale scopriamo che Agnes e Béla sono riusciti a salvarsi comprando un passaggio sul cosiddetto “treno di Kasztner”, un convoglio di 35 carrozze che Adoph Eichman accettò di dirottare verso la Svizzera invece che dirigerlo verso Auschwitz, in cambio di 4 milioni di marchi il 30 giugno 1944, poco meno di un mese dopo la deportazione di Èva. La sopravvivenza della donna però è stata una breve spirale di autodistruzione, che l’ha portata al suicidio nel 1949.



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