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Johnny Mad Dog – L’inferno dei bambini soldato

Johnny Mad Dog – L’inferno dei bambini soldato

Centro Africa, poco distante dall’equatore, anni Novanta. Laokolé cerca di assicurarsi che la famiglia nella capanna stia bene e i loro beni al sicuro: sa che presto ci sarà un’altra razzia. Ne ha notizia anche Johnny che ascolta la radio: “Io, generale Giap, con l’accordo del nostro nuovo presidente, vi autorizzo a servirvi per quarantott’ore. Servitevi, prendete tutto quello che volete”. Giap è il capo del comando Mata Mata: impotente, torturava le prigioniere, ed era convinto di essere invisibile davanti al nemico e intoccabile dalle pallottole grazie ai feticci magici. Johnny e Laokolé sono entrambi sedicenni eppure diversi e con differenti esistenze a cui badare: lui si ritiene astuto e intelligente, è soltanto armato - dal fucile al lanciarazzi - e assetato di violenza, soprattutto sulle ragazzine; lei studiosa, amorevole con la mamma inferma e il fratellino minore, sogna di diventare ingegnere in un paese in frantumi perché conosceva bene il mestiere del padre, muratore. Quando i predoni arrivano in cerca di traditori da giustiziare e di poveri tesori da rubare, si crea una folla che si muove, scappando, trasportando tutto quello che possiede sulla testa e con i bimbi attaccati alle gambe o con una corda per non smarrirsi. Laokolé carica la madre su una carriola. Johnny diventa invece capo di un commando e sceglie Mad Dog, cane pazzo, come nome di battaglia, si muove “come nei film americani” e tenta di dissertare di politica e strategia, di potere: “A volte, la guerra era una vera figata”…

Le voci di Johnny Mad Dog e di Laokolé si alternano capitolo per capitolo in prima persona e danno il ritmo a una storia importante. Quella dei bambini soldato, arruolati forzatamente dai signori della guerra e costretti a uccidere, stuprare, terrorizzare, incitati da droghe, superstizioni, minacce e false speranze. Un dramma assurdo e istintivamente inenarrabile che, forse proprio per questo, è stato a lungo taciuto. Nel 2012 era stato pubblicato anche in Italia "Allah non è mica obbligato" di Ahmadou Kourouma, un romanzo oggi fuori catalogo che avrebbe meritato di più; nel frattempo, inchieste e denunce hanno aperto gli occhi degli occidentali ignari non solo sui bambini soldato ma sugli stessi conflitti africani che da decenni causano, tra le altre cose, anche l’emigrazione della meglio gioventù del continente. Emmanuel Dongala riporta finalmente il tema nella letteratura: “Un libro può far dimenticare la morte”, scrive. Centroafricano, rifugiatosi negli Stati Uniti, Dongala trovò meritato sostegno e incoraggiamento da parte di Philip Roth; oggi insegna in un’università di Boston e scrive; fra i suoi lavori anche la sceneggiatura del film omonimo tratto da questo romanzo e premiato al Festival di Cannes. Non è un caso che a portare il libro in Italia siano stati gli “editori di Scampia”, Marotta&Cafiero, sotto la direzione del trentenne Rosario Esposito La Rossa. I loro titoli sono importanti e ben selezionati e la cura editoriale è originale. Leggendo Johnny Mad Dog ci si imbatte in pagine nere con citazioni significative, nelle fotografie che scandiscono passaggi e paesaggi cruciali e, in conclusione, anche una soundtrack, una colonna sonora che sottolinea precisi frammenti narrativi. Foto e suoni sono davvero coerenti con la lingua di Dongala, che è riuscito a rendere i protagonisti non verosimili ma autentici. E, soprattutto, ha rappresentato con maestria la tragedia umana di ogni tempo e luogo: la realtà della guerra e la naturale ma infranta aspirazione alla pace.