Kentuki

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South Bend, Indiana, profonda provincia americana. La strategia difensiva di Robin al college è stata chiara sin dall’inizio: farsi amiche le ragazze più “dure” e popolari, Katia e Amy, per evitare rogne. Purtroppo questo ha voluto dire farsi complice suo malgrado delle loro stronzate. Una delle più apparentemente innocue è mostrare le tette tutte e tre insieme al kentuki di Robin, poi coprirlo con un secchio e cominciare a gemere tutte e tre, simulando orgasmi rumorosi, così che la persona che guarda attraverso il kentuki pensi che chissà cosa stiano facendo. Deve essere un uomo, comunque, perché cerca di uscire dal secchio, sbatte alle pareti di plastica come impazzito. E giù a ridere. Ma Katia naturalmente deve sempre esagerare e allora propone al kentuki un ricatto: mostra al pupazzo un video rubato a Susan, la “ragazza strana” del corso di Biologia, mentre sul water nel bagno della scuola fa la cacca e scorreggia, poi l’indirizzo mail di Susan: “Questa tipa è piena di soldi, caro”. Loro non possono ricattarla minacciando di far girare il video tra i compagni di scuola, il preside le tiene di mira e se la prenderebbe subito con loro: ma lui, uno sconosciuto (anche per loro) può. E poi possono fare a metà con i soldi, no? Per capire se l’uomo che le sta guardando attraverso il kentuki è d’accordo, a Robin viene l’idea di utilizzare una tavoletta Ouija. Così il pupazzo potrà parlare, sempre se capisce l’inglese. Il kentuki inizia a muoversi sulla tavoletta, formando delle parole: TROIE ISOLDI MELIDARETE VOI. E poi spiega che ha registrato i video delle tette, video della famiglia di Robin con momenti intimi e segreti di tutti. Le ragazze sono terrorizzate… Lima, Perù. Emilia è una vedova che fa una vita umile e ritirata. L’unico figlio che ha è fuori casa da quando aveva diciannove anni, lavora ad Hong Kong e guadagna bene, le manda spesso costosi regali che lei di solito rivende per pagare le bollette. L’ultimo regalo che le ha mandato la incuriosisce, però. E non potrebbe rivenderlo nemmeno volendo. È la connessione per entrare in uno di quei pupazzi, i kentuki, attraverso i quali la gente si connette da una parte all’altra del mondo, ne ha sentito parlare persino lei. E sotto sotto – mentre faticosamente legge il libretto delle istruzioni e inserisce nel computer (altro regalo di suo figlio) i dati che le vengono via via chiesti – Emilia spera che così avrà un contatto diretto con suo figlio. Non è così, però. Attraverso gli occhi del kentuki appena attivato vede una cucina disordinata: lattine di birra vuote, tazze e piatti sporchi. C’è una ragazza che sta parlando al pupazzo con voce dolce, come fosse un animaletto vivo. Ha il piercing al naso, i capelli colorati, indossa una maglietta troppo scollata. Giorno dopo giorno spiandola Emilia scopre molte cose di lei: si chiama Eva, vive ad Erfurt, una cittadina tedesca a quattrocento chilometri da Monaco. E piano piano inizia ad affezionarsi a quella giovane sconosciuta…

Ricordate i furby? Quei bizzarri animaletti pelosi che potevano fare qualche movimento (anche a comando) ed emettere suoni e parole, dando a chi li possedeva l’illusione di un essere vivente che in qualche modo “apprendeva” dal mondo esterno e reagiva agli stimoli? Ecco, ora immaginate una variante “connessa” dei furby: si chiamano kentuki, sono disponibili in 12 modelli ispirati allo Zodiaco cinese, costano un paio di centinaia di dollari e sono dotati di una videocamera esattamente come quella di uno smartphone, che trasmette le immagini viste dal pupazzo a un utente che può essere chiunque e in qualsiasi parte del mondo. Riepilogando: per ogni persona che acquista e tiene a casa sua il pupazzo “curandolo” come fosse un animale domestico, ce n’è un’altra che (pagando settanta dollari) “vive” nel kentuki, guardando attraverso i suoi occhi, ascoltando attraverso le sue orecchie, tutto sullo schermo del suo computer. Prendersi un kentuki è come invitare un estraneo muto a vivere in casa propria sotto l’apparenza di un buffo coniglietto, corvo o maialino e così via. C’è un’altra importante differenza tra furby e kentuki: per simulare più efficacemente la “vita” in questi ultimi, i produttori li hanno resi mortali. Un kentuki, una connessione: se per qualsiasi motivo la persona connessa decide di interrompere il servizio, il kentuki “muore”. E anche se il proprietario del kentuki dimentica di ricaricare le batterie, game over. Se è la percezione di sé e del mondo esterno a definire la vita, allora i kentuki sono vivi. Se è la morte a definire la vita, allora i kentuki sono vivi. Il romanzo di Samanta Schweblin – a mio parere una delle più importanti scrittrici sudamericane di oggi, selezionata qualche anno fa dalla rivista “Granta” tra i 22 migliori autori in lingua spagnola sotto i 35 anni – segue le vicende di alcuni possessori di kentuki e di alcuni utenti con le connessioni, sparsi per il mondo. La bellezza del romanzo – che in un certo senso è anche una raccolta di racconti – sta nel fatto che anche noi entriamo nelle case e nelle vite degli uni e degli altri, spiandole di nascosto. Un libro acuto, poetico ma non pretenzioso, che in questi tempi in cui la comunicazione virtuale è probabilmente al suo acme, assume una importanza che forse va oltre le previsioni, inattesa ma indiscutibile.

LEGGI L’INTERVISTA A SAMANTA SCHWEBLIN



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