Kernel

Londra compone musica elettronica per videogiochi. Ha un nuovo lavoro adesso, un nuovo capo con due gambe che lui non riesce a smettere di sbirciare. Londra ha una rete di amici con i quali conversa quotidianamente, a diverse ore del giorno o della notte, quando un messaggio compare sullo schermo del computer o un volto familiare appare davanti alla videocamera del portatile. C’è New York, vecchio amico con il quale Londra ha condiviso il primo amore. C’è Cracovia, che si è vendicata dell’uomo che l’ha violentata da bambina e che cerca “solamente uno spazio in cui giocare”. Parigi, che si è creato la fidanzata robot, Silvia. Roma, Siena, Dublino e Berlino, e Nova Delhi che non fa altro che raccogliere e giocare scommesse. Londra ha un rapporto con Elvira, la frequenta da un po’ e lei gli pone delle domande semplici e abissali che lo costringono a cucinarsi una nuova insalatiera di popcorn. Londra adora i popcorn da quando suo padre lo introdusse a quella magia, e ora è diventato un cuoco esperto. Metafisica delle parole e popcorn. E poi c’è la pianta di pomodoro la quale, tramite le schede di Arduino, può conversare con lui tramite un gentile fraseggiare in inglese. E la pianta gli dice che il linguaggio, questo linguaggio è fallace, patetico. E poi c’è un oscuro pop artist che scrive mail a Londra, e sembra sapere, sembra suggerire una via d’uscita al susseguirsi di eventi, o una sorta di trasformazione. Linguaggio, menzogna. Diventare menzogna e non subirla più…

Sono pulsazioni, i brevi frammenti che compongono il romanzo d’esordio di Lorenzo Santangeli, pulsare di post e stanze di chat introdotte dal giorno, l’anno e l’ora. Non c’è un nome, tranne Elvira, ma solo postazioni-città. Le città cornici di case cornici di postazioni dalle quali connettersi. Amici che si parlano a ogni ora da un posto all’altro del globo, e che si interrogano su parole e sentimenti nel breve spazio di una conversazione che da un momento all’altro si interrompe, nuvole digitali. E così, senza alterare quasi mai il ritmo della narrazione, quasi si trattasse di un interminabile scorrere/computare. Fino a ciò che smette, sgorga, erompe fuori senza filtri. E c’è chi vuole morire, chi scompare, Londra che sente il dolore, il pianto. Connessioni che si aprono e si chiudono. Spazi incomprensibili tra una chat e un videogioco da comporre. Un avatar che ti chiede se esisti, una pianta di pomodoro la cui protesi elettronica afferma che il linguaggio è il male. Allora Londra, il narratore, l’autore, stanno in questo spazio tra gli spazi di un diario i cui interstizi sono presto calcati dal ronzio di insetti, abitanti di rovine, edifici in rovina, massa di persone in rovina, declinazioni di violenze. Sembra che le parole si compongano solo sullo schermo, intorno si sgretola tutto e più in fretta di quanto Londra non creda, anche le parole. Lucidità, amore, crescita, morte. Aspetta, riflettere. Fino al nucleo.

 


 

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