Kursk - La storia nascosta di una tragedia

Kursk - La storia nascosta di una tragedia

La tradizione dei giochi bellici nel Mare di Barents è antica quanto imprescindibile: tanto che vengono organizzati anche quando la crisi economica riduce in maniera drastica la disponibilità di carburante. Quell’anno, il 2000, è diverso per due motivi: ci si prepara per una esercitazione ancora più audace nel Mediterraneo e si vuole impressionare il nuovo presidente, Vladimir Putin. L’equipaggio è teso ma eccitato, ama andare in perlustrazione perché, come sostiene ogni sommergibilista che si rispetti, è peggio essere costretti a stare sulla terraferma. Tra gli ufficiali si distingue un uomo alto e massiccio, Dmitrij Kolesnikov, che a dispetto delle sue dimensioni è conosciuto per la sua natura bonaria. Presta servizio sul sommergibile nucleare “Kursk” da cinque anni. Il “Kursk” è il settimo esemplare del Progetto 949 Antej della Marina russa, è costituito da un doppio scafo in acciaio di altissima qualità, i progettisti lo ritengono inaffondabile. Il Capitano di vascello Gennadij Petrovič Ljačin è il comandante, ufficiale esigente ma premuroso verso i propri marinai, burbero nei rapporti con il quartier generale, comportamento che gli è costato dei ritardi nelle promozioni. L’esercitazione nasconde un altro obiettivo. I Russi, sapendo che la flotta statunitense spieranno le loro manovre, intendono usare l’esercitazione come copertura per far scivolare sotto la banchina polare un boomer della flotta armato di missili nucleari. La Marina ha bisogno di qualche successo. Oramai il parco mezzi è ridotto ad ammassi di ferraglie, mancano pezzi di ricambio e carburante e, cosa ancora più grave, gli uomini e gli ufficiali sono assillati dal problema delle retribuzioni che spesso tardano ad arrivare. Sarà, purtroppo, proprio la cattiva manutenzione di un siluro, deteriorato dalla corrosione che ha indebolito componenti di metallo e plastica, a causare il più grande disastro della marina russa e a costringere il giovane presidente Putin ad affrontare la sua prima grave crisi, a rispondere a domande imbarazzanti, a dare una spiegazione sul motivo dei rifiuti iniziali alle offerte di aiuto proposte dai Paesi occidentali e sulle bugie dette in quei giorni a famigliari e parenti oppressi dall’angoscia per i loro cari, e, soprattutto, a spiegare come fosse possibile che un intero equipaggio potesse perire a soli centodieci metri di profondità...

Robert Moore è un giornalista che ha vinto numerosi premi per i suoi servizi, nel 1997 la Medaglia d’oro del New York TV & Film Festival come Reporter dell’anno e nel 2000 un Emmy per la miglior copertura di notizie. Per questo ci narra la vicenda di una della più gravi sciagure navali, nella quale persero la vita tutti i membri dell’equipaggio, in perfetto stile giornalistico dividendo il racconto in capitoli cronologici. Ci racconta la più grande tragedia della marina russa accaduta in tempi di pace e lo fa senza eccessivi entusiasmi emotivi, senza caricare di pathos i personaggi. L’autore prende il lettore, lo imbarca su un sommergibile nucleare e lo porta a centodieci metri di profondità. Lo lascia lì, al buio e al freddo, insieme alle vittime, evita di raccontare le ultime drammatiche ore vissute dai superstiti, sarebbe solo un lavoro di fantasia. Poi torna in superficie e ci spiega perché siamo rimasti lì sotto, perché nessuno è venuto a salvarci, perché per due giorni nessuno ha denunciato l’incidente, perché per una settimana non si è chiesto aiuto ad organizzazioni occidentali, sia militari che civili, più preparate ed equipaggiate in operazioni di soccorso simili. Ci racconta come Putin, neopresidente russo, ne sia uscito addirittura rafforzato nella sua leadership. Ci parla delle beghe politiche di una classe dirigente preoccupata di evitare ogni sorta di rimprovero che possa poi intralciarne la carriera, senza nessuno che si prenda una minima responsabilità per non doverne rispondere successivamente. Ci mostra la Russia come una dama aristocratica in decadenza, che da lontano sfavilla e luccica e man a mano che si avvicina mostra rughe e finti gioielli. Una società in cui le vita delle persone è meno importante dei segreti militari conservati in un sommergibile. Il saggio ha ispirato il film Kursk, diretto da Thomas Vinterberg e interpretato da Colin Firth, Léa Seydoux e Matthias Schoenaerts.



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