L’accordo - Era l’estate del 1979

L’accordo - Era l’estate del 1979

Estate 1979. Paolo ha appena concluso la maturità e ha deciso, insieme a diversi amici, di partire per una vacanza, la cui destinazione preferisce non gli venga comunicata, se non quando sarà a sufficiente distanza da casa, in modo da non nutrire eventuali rimpianti. È un anno strano, quel 1979: è l’anno dei politici e dei sindacalisti spernacchiati, della Fallaci simbolo delle femministe, dei falsi profeti, del sacrificio di Moro, del denaro come colpa e delle sigarette nei cinema, delle ribellioni senza causa e dell’aborto libero. Mentre, sul treno partito dalla Sicilia, le rovine di Gemona del Friuli, sopravvissuta al terremoto del 1976 e testimonianza di un enorme dolore, gli scorrono dinanzi agli occhi, Paolo vive in sé due emozioni: da un lato avverte un profondo sgomento mentre osserva lo spettacolo generato da una natura spietata; dall’altro si sente saturo di felicità, perché testimone vivente di un tempo nuovo, quello della sua irruzione nella vita. Il treno avanza pian piano e i ragazzi, tutti appartenenti al gruppo dei Giovani Comunisti siciliani, sono affacciati, dal corridoio del vagone di seconda classe, ai finestrini aperti, mentre l’aria calda di quella fine di luglio accarezza i loro volti pieni di stupore. Meta di quel viaggio è un raduno in Friuli, per essere precisi a Ravascletto, paesino dominato dalle Dolomiti con la più alta media di precipitazioni della penisola. La miglior gioventù italiana impegnata nel sociale si è data appuntamento nel campo di lavoro della Federazione Giovani Comunisti; braccia muscolose sotto un sole bello caldo, quando presente. Un modo come un altro per stare insieme e, anche se Paolo e Pino sono piuttosto scettici, si sono fatti trascinare da Roberto. Andrea, invece, non c’è. Lui, il miglior amico di Paolo, è rimasto a casa in Sicilia – ed è la prima volta che i due si separano – ad angustiarsi per la sua storia con Anna, difficile e tormentata quasi come il rapporto con il padre...

Alla fine degli anni Settanta alcuni – in realtà pochi, soprattutto a partire dall’omicidio di Aldo Moro nel 1978 – hanno ancora voglia di combattere, ma senza lo slancio che aveva caratterizzato le lotte del periodo precedente. L’impegno politico, dopo un esordio esplosivo, appare ormai rinsecchito e sostituito a poco a poco da un marcato individualismo. Ambientato nell’ultimo anno a cavallo degli anni Settanta appunto, il romanzo di Paolo Scardanelli – classe 1962, di Lentini, geologo di professione – racconta la famiglia, le amicizie e gli amori che si perdono, la rabbia, i brevissimi attimi di felicità, la rinascita. Un resoconto sincero e a volte scoraggiato, senza tuttavia mai indulgere nel pietismo, della difficoltà legate all’accettazione della realtà e del destino, spesso molto più bruschi e crudi rispetto ai propri sogni. Attraverso le figure dei protagonisti – Andrea, figlio di un imprenditore siciliano, ragazzo introverso e logorato dal rapporto tormentato con il padre; Paolo, voce narrante e amico fraterno di Andrea, capace di accettare il proprio destino e di attribuirgli un senso; Anna, figura femminile estremamente moderna, convinta che la libertà sia l’unico perno intorno al quale l’intera esistenza debba ruotare – il lettore assiste al manifestarsi del disincanto e al tramonto delle utopie e delle illusioni. L’incapacità da parte di Andrea di accordarsi con il mondo e di trovare la propria strada, finendo così per vivere in un perenne senso di sconfitta e di scontento, altro non è che la fotografia dell’uomo moderno, unicamente centrato sulla propria individualità. Un intenso romanzo di formazione, di non facile lettura ma consigliatissimo, colmo di disincanto ma mitigato, in alcuni passaggi, dalle meravigliose descrizioni della maestosità dell’Etna, luogo ieratico e magico in cui, anche se per un attimo, la felicità, o ciò che maggiormente le somiglia, diventa possibile.



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