L’altro bambino

L’altro bambino

Pearl è seduta al bancone di un bar e beve gin tonic. Nell’incavo del braccio regge un neonato. Sam, suo figlio. È fuggita dall’isola senza nome che la famiglia di suo marito Walker chiama casa. È fuggita da Miriam che cuce gonne con brandelli di tessuto e di vita degli altri, da Lincoln, il cognato che si masturba nella sauna, dalla colonia di dodici bambini che la consumano con la loro anima selvaggia, con la loro innocenza; è fuggita da Thomas, il fratello di Walker, che raccatta quei bambini e li imprigiona con le sue ambizioni e con la sua idea di infanzia e istruzione. Ma Pearl sa che quel marito che sembra un chirurgo, quell’uomo che ha smesso di vedere col cuore, la troverà e li riporterà indietro, la trascinerà nel cerchio del mai. Quando l’ha conosciuto non si sentiva una persona vera, si sentiva un fantasma, sentiva che il suo vero io le camminava accanto senza toccarla; ora ha partorito un essere primitivo e perfetto, un bambino, il suo bambino, e vuole salvarlo, perché per lui deve mantenere accesa la luce dentro di sé. Quando Walker arriva, li fa salire su di un aereo che li riporterà sull’isola. Poi lo schianto, la sensazione di precipitare, il buio, le urla, Sam che non si trova, e un altro sopravvissuto le pone tra le braccia un neonato, un altro bambino con l’abisso negli occhi...

Pubblicato per la prima volta nel 1978 e non più ristampato, L’altro bambino di Joy Williams fu stroncato dalla critica ed è stato riabilitato solo quarant’anni dopo. D’altronde rimane un romanzo misterioso, potente, perturbante, non certo per tutti. Una storia sul senso dell’esistenza, della vita e della morte, della genitorialità, del tempo e del rapporto tra uomo e natura, tra ragione e animalità repressa, infanzia ed età adulta, parola ed incomunicabilità, di cui non è facile scrivere. Il fluire e il mutare dei pensieri e delle sensazioni di Pearl ci trascina con sé e sembra vibrare dello stesso mutamento del mondo, ci chiama in causa, ci interroga e non ci dà risposte, anzi sembra sorridere del nostro bisogno di consolazione e lascia a noi lettori, confusi ed eccitati, il compito di sbrogliare la matassa di Pearl, che poi è anche la nostra. La protagonista del romanzo, infatti, potrebbe sembrare a un primo sguardo una donna affetta da depressione post partum che si rifugia nell’alcolismo, ma questa è solo l’apparenza delle cose, un’apparenza ingannevole che non coincide col loro mostrarsi come fenomeni. Bastano poche righe per cogliere che al suo interno c’è molto altro: “Fuori c’era la Florida. Dall’altra parte della strada sorgeva un grande centro commerciale bianco, pieno di auto bianche. Un’aria bianca e pesante penzolava dall’alto, scomposta in strati visibili. Pearl li distingueva molto nitidamente. Lo strato centrale era tutto sogno equivoco e responsabilità. In cima le cose si muovevano con maggiore arroganza ed energia, ma al fondo di tutto c’era il moto perpetuo del presente. Era il presente, lo era stato in passato e lo sarebbe sempre stato in futuro”. Così la Williams ci accompagna in un viaggio introspettivo tutt’altro che lineare in cui la protagonista è gettata nel fluire inautentico dell’esistenza, una prigioniera, consapevole della propria condizione e tuttavia incapace di trovare la propria via per l’autenticità, paralizzata dalla paura di diventare viva e reale, perché sogno e realtà, luce e tenebra, passato e futuro coincidono e vivere è già un morire: “La vita di Pearl non era mai stata carente in simbolismo, ma rifuggiva da sempre il significato. Lo rifuggiva come l’uccello rifugge la trappola. Nulla l’aveva mai preparata al significato. Ogni istante che passava si depositava dentro di lei muto, una pietra sepolta, isolata e irrilevante per la sua vita, un evento che non recava con sé presagi né conseguenze”.



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