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L’amore coniugale

L’amore coniugale

Silvio Baldeschi sa riconoscere in sua moglie la bellezza e la goffaggine a seconda delle situazioni. Quando si congiungono, la magia del rapporto sessuale fa apparire ai suoi occhi innamorati il volto di Leda segnato dai tratti somatici di una dea, ma in certi momenti della vita quotidiana l’aspetto della donna diventa deludente, quasi ridicolo, come quando si piega ai fornelli della cucina. Per Silvio amare significa saper osservare l’oggetto del proprio sentimento, ciò dovrebbe spingere a riconoscere sempre in una moglie forme assolutamente gradevoli, ma per lui non è così e non può farci niente. Quando Silvio ha conosciuto Leda da subito ha notato in lei una chiara autorevolezza, che non lo ha allontanato; in quella donna vedeva l’occasione per realizzare uno dei due obiettivi che si era imposto nella vita, avere una compagna a cui dedicare tutto il proprio amore. La certezza di aver raggiunto questo risultato, lo spingeva a credere che con il tempo avrebbe reso realtà anche la sua seconda aspirazione: scrivere un bel romanzo. Leda è una donna senza cultura, eppure il suo parere per Silvio – uomo intelligente, dotato di discrete doti di critico – finisce per diventare più importante del giudizio di qualsiasi letterato. È lei che lo spinge a continuare a scrivere, entusiasmata dall’idea che il marito possa concepire una storia affasciante ispirata al loro amore, ma desiderosa anche che esca dal suo interminabile ozio, favorito dalle notevoli disponibilità economiche, e decida di assumere un ruolo chiaro all’interno della società. Per creare la giusta atmosfera congeniale all’ispirazione, la coppia decide di trasferirsi in una villa in Toscana, dove l’aspirante romanziere dedica le sue mattinate alla scrittura, mentre il pomeriggio si intrattiene con la consorte in lunghe passeggiate in campagna...

Ars gratia artis: l’arte fine a sé stessa, legata solo al concetto di pura bellezza, senza alcuna condizione dettata dalle regole del mercato o dagli interessi personali, la visione estetica dell’arte presente nel primo D’Annunzio, pienamente espressa ne Il piacere, ma già promossa dai poeti maledetti francesi – Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé – e dalla Scapigliatura milanese. L’ars artis torna anche in quest’opera di Moravia, che dimostra come la scrittura non sia il risultato di necessità legate al prestigio sociale o intellettuale, ma semplicemente una forma di espressione innata nell’autore, destinata a manifestarsi in modo spontaneo. Interessante l’immagine descritta da Silvio dello scrittore povero, che realizza un capolavoro abbozzando di tanto in tanto su fogli volanti la sua storia al tavolo di un bar, mentre lui con a disposizione le maggiori comodità che un artista può desiderare non riesce nell’intento. L’altro tema che si inserisce nelle sofferte vicende del protagonista è il rapporto di sottomissione del marito nei confronti della moglie. Silvio non è affatto sicuro delle sue doti letterarie fin dall’inizio e sarebbe disposto ad accontentarsi di una saltuaria attività di critico e di buon lettore, in una vita vuota e senza creatività resa speciale dai sentimenti che prova per Leda. Ma quest’ultima non è d’accordo, dal consorte vuole un riconoscimento e, malgrado la sua scarsa familiarità con la letteratura, intuisce che è proprio la scrittura lo strumento attraverso cui potrà avere quanto vuole e fa delle pressioni su Silvio, giungendo a negarsi nel sesso fino a quando lui non avrà realizzato la sua opera. De L’amore coniugale nel 1970 Dacia Maraini ha realizzato una versione cinematografica abbastanza fedele alla trama originale, con un giovane Tomas Milian nel ruolo del protagonista e Macha Méril nei panni di Leda. Per Alberto Moravia la scrittura era una pratica quotidiana, come mangiare, una necessità fisiologica, a differenza di Elsa Morante – la sua prima moglie- che ha concentrato tutta la carriera in solo quattro romanzi. Tale concetto della letteratura ha spinto Moravia a scrivere un notevole numero di opere, tutte segnate dal realismo e dall’indagine dell’autore sui vizi e le virtù dell’umanità del suo tempo, con una particolare attenzione per le classi borghesi. A iniziare dalla sua opera di esordio scritta ancora giovanissimo, Gli indifferenti, in cui racconta lo sfacelo di una famiglia negli anni successivi al delitto Matteotti, mentre gli italiani finivano per dare in parte il loro consenso al Fascismo. Nella disgrazia dei protagonisti l’autore cela il degrado dell’Italia in mano a Mussolini. Per poi arrivare al suo romanzo forse più noto, La romana, storia di una ragazza che si deve districare tra vari amanti. Nei primi anni sessanta Moravia ha lasciato Elsa Morante per iniziare una lunga relazione con Dacia Maraini, fino alla metà degli anni Ottanta quando si è sposato con Carmen Llera. È morto a Roma nel 1990.