L’anarchico

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A-Chheem è un uomo sopraffatto dalla nausea e preda di lugubri farneticazioni filosofiche dalle quali lo distoglie il suo amico Nguon Eng, fuggito dalla monotonia e dal perbenismo della sua vita di insegnante di francese in una cittadina di provincia, per venire a cercare sesso a buon mercato nella capitale. I due si dirigono a Boeung Snor, un quartiere di baracche dove le ragazze lavorano a tutte le ore del giorno e acquistano ciascuno la propria merce. Il professore ha appetiti rodomontici, è insaziabile, ma Chheem è attirato da una sola donna e su di lei scatena le proprie perversioni, con lei si lascia andare fino a mettere in pratica un macabro rituale di strangolamento fermandosi appena un istante prima di farle raggiungere il Buddha. I due scorrazzano per la città a cavallo di una Suzuki e la mente di Chheem vaga in preda a fantasticherie che spaziano dal sessuale al politico, indugiando sul proprio amore per sua cugina Sinuon. Siamo nella Cambogia della parentesi storica della Repubblica Democratica e il protagonista, che si definisce un uomo “incacidit, che non sopportava la felicità degli altri”, si interroga sul motivo per il quale a lui non sia consentito essere felice. È il figlio della miseria contadina che ha avuto accesso al successo attraverso l’elevazione culturale, ma, sente che in qualche modo l’istruzione non è abbastanza per renderlo ben accetto nei circoli cui ambisce, che, nonostante abbia abbandonato le risaie da ormai sedici anni, il suo essere un professore laureato in Storia, non è ancora abbastanza, che la sua metamorfosi incompleta lo ha relegato in una terra di mezzo in cui è contadino solo per metà e intellettuale solo per metà e nessuno dei due mondi sembra disposto ad accettarlo completamente. Chheem risolve le contraddizioni e stempera i suoi malesseri nel cinismo, nella violenza debordante delle sue tirate misantrope e nella misoginia che coloro tutti si suoi rapporti con l’altro sesso. I voli pindarici della sua mente si infrangono sui terreni fangosi e accidentati della mediocrità che sente essere la cifra della sua vita. Non è nemmeno sicuro di amare o aver amato davvero Sinuon, ma la rimpiange con amarezza, la spirale violenta che avvolge la sua vita si fa più serrata con l’incalzare degli eventi politici in Cambogia e la sua vita ne rimane irrimediabilmente segnata fino a costringerlo a fuggire a Parigi…

L’anarchico è in realtà l’insieme di due romanzi, scritti a distanza di dodici anni l’uno dall’altro; il primo dei quali Soth Polin ha composto in Khmer e il secondo in francese durante il suo esilio a Parigi. Soth Polin è un autore complesso e controverso, nipote di uno dei più grandi poeti di lingua Khmer, per una strana coincidenza storica da ragazzino ha avuto come insegnante un certo Saloth Sar, che sarebbe più tardi tornato in scena come Pol Pot. Polin. È uno dei soli duecento autori cambogiani scampati ai massacri Khmer, che hanno privato la Cambogia di oltre un milione dei suoi figli e l’hanno resa “una nazione senza letteratura”, come l’ha definita un critico letterario di recente. Polin è stato una figura chiave del nazionalismo durante la breve parentesi della Repubblica di Cambogia, ha fondato il Partito nazionalista prima di riparare all’estero dopo i primi diverbi con il governo del quale era stato una sorta di ministro della propaganda e ha scritto la seconda parte dell’anarchico durante il suo esilio francese, in forma di monologo del tassista Virak. Se la prima parte del libro è estremamente carnale, è la glorificazione del sesso e della potenza sessuale, la seconda è una sorta di allegoria della corsa verso l’abisso scatenata dall’impossibilità del protagonista di venire a patti con se stesso e, forse, con la propria coscienza. Autore difficile da decifrare e dai contenuti alquanto respingenti, Soth Polin è stato definito dalla critica francese che ha recuperato le sue opere dall’oblio in cui erano cadute, “genial et génital”. Per usare le parole di Patrick Deville nella prefazione al romanzo “L’anarchico è il romanzo del sesso, della follia e della morte”. A suo parere, l’universalità dei temi trattati e la loro riconducibilità ad un orrore che costantemente ricomincia, è una sorta di fil rouge che fa di romanzi come Viaggio al termine della notte, La pelle, Kaputt e appunto L’anarchico “grandi capolavori universali”. Lo stile e i contenuti di Polin ricordano innegabilmente quelli di autori come Malaparte, Céline, e, a mio parere Tournier, che fanno del nichilismo il sale della propria narrazione; Polin, come loro, sembra trarre una sorta di auto glorificazione, di segreto compiacimento dalle abiezioni che tratta, dalle nequizie e atrocità che racconta, dal cinismo dei suoi due alter ego.

 


 

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