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L’anno senza estate

L’anno senza estate

Fine aprile. Sabato mattina. Sara può ancora poltrire a letto, perché il suo turno al bar comincia soltanto alle due e mezza del pomeriggio. Ed è proprio ciò che sta facendo, sdraiata, mentre guarda il soffitto di quella stanza che è stata per lei una vera benedizione. L’ha trovata un anno e mezzo prima ad un prezzo davvero ridicolo e Jasmina è sempre stata una buona coinquilina, anche se ultimamente, da quando si è messa con Nic, le cose sono cambiate. Una sera, poco tempo prima, Sara ha trovato Jas nella vasca da bagno, completamente rannicchiata su se stessa e con uno zigomo tumefatto. Si è inginocchiata sul pavimento e, accarezzandole i capelli, le ha più volte ripetuto che Nic non avrebbe più dovuto mettere piede in quella casa. Ma Nic in quella casa è tornato eccome. C’è anche in quel momento e per Sara sentirlo nuovamente lì, a fare il padrone, è insopportabile. Scivola fuori dal letto e si dirige verso la cucina. Non ha paura. Jas, seduta al tavolo, ha lo zigomo giallastro e il labbro un po’ più sgonfio e, nonostante Sara le ricordi di averglielo già detto, non manda via Nic, anzi sembra fingere che nulla tra loro sia accaduto. Oltre che essere un’idiota, Jas è anche un’ingrata, pensa poco dopo Sara mentre indossa jeans e maglia della sera precedente, abbandonati su una sedia. Sara l’ha medicata e consolata, ha ascoltato i suoi racconti rotti dal pianto e ha tenuto il cellulare acceso, mentre era a lezione, nel caso l’amica avesse avuto bisogno di lei. Quando sta per uscire e recarsi al lavoro, si affaccia nella camera della coinquilina e trova Nic sdraiato sul letto di Jas, intento ad accarezzarle il viso. Sara resta immobile un momento, incapace di dire alcunché. Poi si muove più in fretta che può, perché non ha più alcuna intenzione di stare a guardare quei due. Scende di corsa le scale, mentre la rabbia che ha dentro si indurisce e diventa un sasso che le preme sullo stomaco. Quel sasso con il quale vorrebbe colpire Jasmina, facendole più male di quanto gliene abbia fatto quel bastardo di Nic...

Bérénice Capatti, autrice di libri per bambini e adolescenti, nonché editor e traduttrice, propone, nel suo primo romanzo rivolto a un pubblico adulto, la storia toccante di un rapporto a tratti ambiguo tra due persone, entrambe in qualche modo borderline e fondamentalmente sole, che non fanno altro che aggrapparsi e intrecciarsi una all’altra senza mai entrare davvero in relazione. Si tratta di Sara e Francesco: lei, con un passato piuttosto difficile e un presente nel quale continua ad arrancare e a sentirsi sempre più spenta, e lui, “il Vecchio”, determinato e dispotico fondatore di un’azienda lombarda di successo – che sta tuttavia attraversando un momento piuttosto delicato – in continuo conflitto con i figli a causa dei rispettivi ruoli all’interno dell’attività di famiglia. Due esistenze che si annusano e si allacciano, riconoscendo nell’altro il proprio timore per il futuro e la propria necessità di avere un porto sicuro nel quale poter gettare l’ancora e trovare un po’ di ristoro. La differenza di età e di estrazione sociale daranno origine a un rapporto sbilanciato, cresciuto all’ombra di intrighi, interessi e questioni familiari irrisolte. Vissuta tra l’Italia e la Svizzera, ciò che tra i protagonisti si consuma è una storia di passione e carnalità, ma anche di solitudine e amarezza e nessuno dei due, in fondo, riuscirà a cambiare davvero l’altro, mai, fino alla morte. Una lettura intensa e profonda che analizza, con garbo e delicatezza, questioni altrimenti piuttosto complesse, come il suicidio assistito e il potere di soldi e ricchezza all’interno delle relazioni tra individui. Un’interessante riflessione su ciò che davvero siamo, sulle prospettive inattese – per quanto a volte inefficaci – che si aprono solo quando pare non esserci più alcun futuro e sui molteplici e variegati volti dell’amore.