L’apprendista

L’apprendista
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Non fa che piovere da settimane e fa pure ancora molto freddo. Maggio sembra novembre. Tilio, in chiesa, conta le candele e le poggia una vicina all’altra, in righe ordinate. Poi conta i soldi. Tanto monete, tante candele, anche se ogni tanto c’è qualche moneta in più. Tilio si alita sulle mani. Porta dei mezzi guanti, che lasciano fuori le dita per lavorare. Dopo mezz’ora, finalmente, la caldaia stride, stantuffa e parte, ma per il caldo vero ci vorrebbero almeno dodici ore di riscaldamento acceso senza interruzione. All’interno della chiesa ci saranno almeno tre o quattro gradi in meno rispetto all’esterno, dove tra l’altro già fa davvero freddo. Tilio pensa a chi mai si azzarderà a venire alla messa delle sette con questa temperatura. Fredi è ancora a casa, alla sua età se esce per servire all’altare è già abbastanza. Inoltre, Fredi non riesce a coricarsi presto la sera, così la mattina fa fatica ad alzarsi. Tilio no, lui preferisce alzarsi alle cinque e precederlo in chiesa, dove può sistemare con calma candele e monete. D’altra parte, Fredi si fida di lui, perché ha capito che è preciso. Però quelli che mettono le candele potrebbero essere un po’ più ordinati: se vengono messe storte, poi si consumano prima. Chissà poi a cosa pensa uno che accende una candela? Offre un pensiero per avere qualcosa in cambio o lo fa volentieri e basta? A Tilio piace quando in chiesa ce ne sono molte accese, perché fanno una luce bellissima. Prende lo straccio e finisce di pulire il portacandele, continuando a chiedersi che senso abbia fare la messa alle sette, quando si sa già che non viene nessuno. Oggi, poi, che c’è la gara, si può star certi che ad assistere alla messa saranno in tre: lui, Fredi e il Don. E infatti va proprio così. A messa conclusa, seduti in sacrestia dopo aver preso dall’armadio ciascuno la propria coperta di lana buona, Fredi e Tilio, che sembrano due profughi salvati da un naufragio, devono attendere un’ora prima della funzione successiva e decidono di farsi un goccio per scaldarsi. Preparano il termos di caffè un giorno per uno. Sette parti di caffè e tre di vodka. Non grappa, né rum, perché altrimenti l’alcool si sentirebbe nel loro alito e verrebbero presi per due ubriaconi…

Comincia così il nuovo poetico romanzo di Gian Mario Villalta, presentando due personaggi - che inizialmente sembrano usciti dalla penna di Beckett - che tengono in ordine una piccola chiesa di un piccolo paese, che racchiude all’interno una celebrata opera d’arte; due figure non peculiari e non comuni per la narrativa contemporanea. Fredi, il sacrestano, ottantaquattro anni, un passato nell’esercito come il padre, ha lasciato tutto a pochi passi dal matrimonio ed ha avuto varie esperienze lontano da casa prima di rientrare al suo paese. Tilio, apprendista sulla settantina ed oltre, un passato da operaio, è vedovo ed ha un figlio con il quale i rapporti non sono idilliaci. Due vite molto diverse, due esistenze marginali che ritrovano una centralità grazie alla vicinanza che tra loro si crea, vicinanza che, dapprima in maniera forzata e successivamente consapevolmente apprezzata, si fa intimità ed invita al confronto. Ecco allora che nei dialoghi tra i due quello che emerge è la vita quotidiana, la vita qualunque di uomini qualunque raccontata in profondità, e le riflessioni sulle scelte compiute, i dubbi sulla religione e sulla fede e le considerazioni sul ciò che si è diventati aprono spiragli di coscienza del tutto inaspettati. La situazione della storia che inizialmente, con un impianto principalmente teatrale in cui ogni sguardo ed ogni silenzio dicono qualcosa, racconta le riflessioni di due individui insignificanti e quasi invisibili, si evolve dunque nel corso della narrazione e si apre con un movimento centrifugo che, partendo dalla limitatezza della chiesa, finisce per abbracciare l’intero paese e la gente del paese, diventando quindi una riflessione corale ed universale. Riflessione da cui scaturisce la consapevolezza che nessuna vita è davvero insignificante, che ognuno è depositario di una storia e di un mondo enorme dentro di sé e che la vita è qualcosa in cui si deve credere, pur senza false lusinghe, ma con profonda ostinatezza e caparbietà.



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