L’Armenia perduta

L’Armenia perduta

Aldo Ferrari restituisce cinque luoghi della millenaria storia armena: cinque simboli. Cinque nomi, fondamentali per rappresentare e sintetizzare la cultura e lo spirito armeno. Cinque microcosmi inequivocabilmente armeni: oggi al di fuori del territorio armeno. Il primo è un monte, l’Ararat, quello che i persiani chiamano Kuh-i-Nuh, il “Monte di Noè”. Il secondo è un campo di battaglia, Avarayr: là, dove Vardan Mamikonian, pure sconfitto, si conquistò l’eternità. Il terzo è un lago, il lago di Van, il giardino perduto degli armeni. Il quarto è un’antica capitale, Ani, deserta e spoglia, in rovina da secoli. Il quinto è una città che è stata sconvolta, snaturata e poi ferocemente turchizzata, Kars, ormai irriconoscibile. Quattro di questi luoghi si trovano nell’odierna Turchia, abitati e governati da un popolo genocida: uno, invece, in Iran, dove, come spiega il professor Ferrari, “la situazione del patrimonio armeno è per fortuna molto differente da quella esistente in Turchia e Azerbaigian”. La nazione erede del Regno d’Armenia, primo Stato cristiano della storia (301 d.C.) si trova così orfana di buona parte del suo territorio e dei suoi simboli: in Turchia, come ben sappiamo, la popolazione armena è stata massacrata o espulsa, e “le abitazioni, le scuole, gli ambienti lavorativi distrutti o destinati ad altri usi”: le chiese trasformate in moschee, quando andava bene (si fa per dire), oppure in stalle, o in fienili, o in magazzini; la nazione turca ha imposto un discorso storiografico che nega in toto l’eredità armena, minimizzando o ridicolizzando quella greca o greco-romana ed esaltando, all’opposto, l’origine anatolica. I programmi scolastici sono stati adattati a dovere, con lacune e negligenze imbarazzanti, umilianti o ridicole. Così la propaganda politica. Il territorio dell’Armenia storica è ormai divenuto “un gigantesco sito del trauma”: un trauma, peraltro, cancellato e negato e quindi quotidianamente alimentato. Un territorio che aveva saputo restare vitale e carismatico nonostante i primi massacri del 1894-96, “poi completamente spazzato via dalla violenza dei Giovani Turchi, iniziata e culminata nel 1915”, soffre oggi un genocidio culturale. Lemkin, nel 1947, riferiva che un genocidio culturale si compie “prevalentemente nei campi religioso e culturale, distruggendo istituzioni e oggetti attraverso i quali la vita spirituale di un gruppo umano trova la sua espressione, quali luoghi e oggetti di culto, scuole, tesori d’arte e cultura”: così è stato fatto. Riferisce Ferrari che secondo l’archivio del Patriarcato armeno di Costantinopoli, prima del genocidio, esistevano nell’impero ottomano 2538 chiese, 451 monasteri e 1996 scuole. Secondo i dati UNESCO del 1974, dei 914 monumenti armeni sopravvissuti al genocidio, 464 erano stati completamente distrutti, 253 si trovavano in rovina e 197 richiedevano restauro. Oggi, nell’odierna Turchia del sultano Erdogan, non c’è più nessun monastero e nessuna scuola armena; sei le chiese ancora in funzione; le famigerate croci di pietra sono state spezzate o sradicate o disintegrate; i cimiteri vandalizzati; qualche sconsiderato è rimasto a vivere a Istanbul, altri nell’ultimo degli eroici villaggi del Mussa Dagh ancora abitati da armeni, il villaggio di Vakif. In quali condizioni si sia rimasti, è facile immaginarlo: per la legge turca, i cittadini non musulmani, “in particolare i cristiani e gli ebrei”, sono, letteralmente, “stranieri indigeni”. Agli armeni della diaspora non rimane che piangere il loro “paradiso perduto”, sognando un impossibile ritorno a casa. Magari, come scrive la Arslan nella prefazione, commuovendosi per “la scientifica e accuratissima eliminazione, compiuta dovunque possibile, di ogni traccia dell’esistenza degli armeni”, e di tutti i nomi dei luoghi. “La terra che fu loro è perduta per sempre, e non c’è viaggio della memoria o sogno del desiderio che gliela possa rendere; così è del sacro monte Ararat, e del misterioso lago di Van, culla acquea del popolo armeno”…

Un saggio profondamente coinvolgente, onestamente scombussolante, destinato, nella vostra biblioteca, a guadagnare spazio nello scaffale dedicato alla storia degli armeni, magari a fianco di libri come Il genocidio degli armeni, di Marcello Flores [Mulino, 2006], Gli armeni di Gabriella Uluhogian [Mulino, 2009] o La strage dei cristiani. Mardin, gli armeni e la fine di un mondo di Andrea Riccardi [Laterza, 2015]: Aldo Ferrari ha saputo raccontare e restituire una vicenda complessa e terribilmente sinistra, poggiando su un’apprezzabile documentazione e su una nutritissima serie di letture. Si imparano facilmente molte cose – vale anche per chi aveva già letto abbastanza sul nobile e martire popolo armeno. Si trova traccia della sorte del Naxijewan, per millenni parte dell’Armenia storica, oggi incredibilmente in territorio azero, il patrimonio artistico in condizioni di abbandono o peggio, la popolazione originaria dissolta. Si trovano elencate le dodici capitali avute, nel tempo, dai regni armeni, da Van a Sis, passando per Ani e Bagaran. Si apprezza la ben diversa sorte dei monasteri e dei quartieri armeni in territorio iraniano; si ragiona con più chiarezza sulle mutue influenze tra armeni e persiani. Nutrite e raffinate le reminiscenze letterarie; apprezzabili i riferimenti ai passaggi tra una dominazione e l’altra nelle città protagoniste dello studio. Destinati a dare vita a ripetute e profonde ore di meditazione le osservazioni sulla battaglia di Avarayr come fondamento di una “ideologia martiriale” armena: “essersi mantenuti così incrollabilmente fedeli al cristianesimo, in un contesto storico-culturale che diveniva sempre più ostile, ha costituito la causa principale delle infinite sofferenze patite dal popolo armeno, fino al genocidio del 1915, evento cruciale della sua storia [...]. Nella prospettiva storica armena, cioè, il genocidio del 1915 viene visto come l’ultima e più grande manifestazione di martirio collettivo subito per ragioni religiose”. Fermiamoci qui. Vengo a qualche utile annotazione finale di carattere strutturale, editoriale e biobibliografico. L’Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo è strutturato in un’introduzione, cinque capitoli [“Ararat, la montagna sacra”; “Avarayr: il battesimo di sangue”, “Van in questo mondo, il Paradiso nell’altro”, “Ani: il sogno di una capitale”, “Kars: una città di frontiera”]; è completo di una buona e dettagliata bibliografia; include indice dei nomi, indice dei luoghi, indice delle (poche, ma adeguatamente avvilenti) illustrazioni. È stato pubblicato da Salerno nella collana “Piccoli Saggi”, in compagnia di titoli apprezzabili come il recente Bisanzio prima di Bisanzio. Miti e fondazioni della nuova Roma di Tommaso Braccini, o come l’amabile Costantinopoli. Metropoli dai mille volti di Peter Schreiner, o come il dignitoso ma lacunoso Quataert de L’impero ottomano [1700-1922]. L’autore, Aldo Ferrari [Ancona, 1961], storico e politologo italiano specializzato in armenistica e slavistica, insegna Lingua e Letteratura Armena, Storia della Cultura Russa e Storia del Caucaso e dell’Asia Centrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È stato presidente dell’Associazione per lo Studio in Italia dell’Asia Centrale e del Caucaso (ASIAC), è membro del comitato scientifico del prestigioso Osservatorio Balcani e Caucaso. Tra le sue pubblicazioni dedicate all’Armenia, ricordo almeno Alla frontiera dell’impero. Gli armeni in Russia 1801-1917, (Mimesis, 2000); L’Ararat e la gru. Studi sulla storia e la cultura degli Armeni, (Mimesis, 2008); In cerca di un regno. Nobiltà, profezia e monarchia in Armenia tra Settecento e Ottocento (Mimesis, 2011); Armenia. Una cristianità di frontiera (Il Cerchio 2016).



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