L’Arrivo

L’Arrivo
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C’è un poliziotto seduto in un bar che per 200 euro vende ad un investigatore privato la storia di un delitto insoluto. L’aggressione alla famiglia Vukotic è stata archiviata, non ci saranno supplementi di indagine sull’uomo armato di ascia e coltello che ha metodicamente sterminato Senka, Pavle, e le loro bambine Sonja ed Helena – prendendosi poi il tempo di sedersi accanto al cadavere della bambina e sintonizzarsi su Animal Planet. Non ha lasciato tracce, l’assassino, o se lo ha fatto sono state cancellate dal fiume di sangue sul quale il poliziotto è finito bocconi entrando in casa, ma sia lui che il suo collega Janko sanno che l’assassino conosceva la famiglia, sapeva dove trovare le bambine, sapeva che esistevano due bambine. C’è un investigatore privato dotato di una robusta filosofia di vita che applica ad ogni aspetto del proprio lavoro: che si tratti di “crimini del cuore” o di assassinii, lui sa esattamente cosa si aspettano i suoi committenti. In caso di tradimenti sperano che i propri sospetti siano fondati perché l’immagine negativa dell’altro è sempre preferibile a quella che avrebbero di sé per aver sospettato un’inesistente porcaggine del partner. Sono gli assassinii a mettere a dura prova il detective e la sua mente ne elabora le ragioni mentre la sua auto procede a passo d’uomo lungo i vicoli scoscesi che precipitano verso il mare di Dulcigno, una città che si avvia verso la sua ultima notte. In caso di morti violente la gente vuol sapere due cose: perché e chi. La prima risposta è facile, di solito hanno già una teoria e non bisogna fare altro che confermarla. Il Chi, di solito, è invece una risposta che l’investigatore preferisce non dare: non puoi improvvisare di fronte al desiderio di vendetta. C’è, poi, una città su una costa dell’Adriatico, i cui abitanti hanno ceduto ai peggiori istinti e sepolto sotto uno strato di inciviltà qualsiasi vestigia culturale del passato. Dulcigno è in preda al primitivismo ebbro e beota indotto dai riverberi di un Capitalismo d’accatto che ha creato solo l’illusione di un accesso diffuso alle merci. Gli abitanti hanno perso da tempo il senso del rispetto per il prossimo e per se stessi, e hanno scelto di vivere circondati dai propri rifiuti e deiezioni. C’è un uomo il cui mondo è ridotto a una striscia orizzontale, a ciò che può vedere dalla finestra della stanza in cui è rinchiuso “per il suo stesso bene”. Un uomo che come tutte le persone senza futuro, vive al contrario; potendo contare solo sulla memoria per scandire i giorni, li rielabora a partire da un’infanzia malaticcia nella Vienna del dopoguerra: la casa, il quadro di Lucien Freud, la balia Edvige, tutto prende vita mentre l’uomo osserva la neve cadere fuori dalla finestra…

“Il Messia non arriverà l’ultimo giorno, egli arriverà il giorno dopo l’ultimo giorno”. Questa citazione epigrafica di Franz Kafka che apre L’Arrivo basta da sola a preparare il lettore alla complessità della lettura che si accinge a fare. La storia, che parte come un hard-bolied della migliore tradizione – con un detective che carbura la propria filosofia di vita a whisky, cinismo e misantropia – si evolve, nel volgere di un capitolo, in un memoir misterioso dalle accurate sfumature storiche, per poi virare verso le nebbiose lande di profezie apocalittiche Rinascimentali. Andrej Nikolaidis è un autore di solida formazione, che la critica ha definito il Thomas Bernhard dei Balcani, forgiato dagli eventi bellici e post-bellici della ex Jugoslavia, uno scrittore che padroneggia in maniera perfetta tutti i generi con i quali questo breve capolavoro si contamina. È anche un uomo audace, che nella vita non ha avuto remore ad andare a sfidare mostri sacri del Pantheon nazionale, come Kusturica, per rivelarne al mondo i piedi di argilla di fiancheggiatore del regime di Milosevic; è un uomo di saldi e radicati principi, le cui sicurezze si riflettono nello stile asciutto, magistralmente reso dalla traduzione di Sergej Roić. Crea geometrie perfette, traccia strade che fendono sicure le nebbie della Storia, accompagnando il lettore in una città resa infernale dal turismo mordi e fuggi e dal primitivismo dei suoi abitanti. Sceglie di volta in volta un Caronte diverso, e in questo che è il secondo volume della sua Trilogia la guida a cui affida il lettore è il Figlio (del detective) tornato all’improvviso. Partendo da Dulcigno si passa alla Vienna post-bellica che fa i conti col proprio passato, si seguono gli indizi a partire da un omicidio e da una biblioteca che brucia, ci si ritrova sulle tracce delle profezie escatologiche di Fra Dolcino… Ogni passo è guidato dall’autore con mano sicura, da una creatività da una cultura che gli consente di non scadere mai né nel banale né nel mainstream; non si ha mai la sensazione di un déjà vu mentre si viaggia estasiati tra le righe di questo breve, intenso romanzo che riecheggia di molte influenze letterarie senza mai scimmiottare ma omaggiando di volta in volta in maniera delicata e rispettosa, autori che, come ci ha confermato nell’intervista che ci ha rilasciato, sono stati per lui molto importanti. Quella a cui si rifà Nikolaidis è una tradizione culturale che da secoli gestisce e metabolizza incessantemente i nodi del passato e del presente e lui è bravissimo a sintetizzarne in quest’opera tutte le contraddizioni irrisolte, in uno scenario pre-apocalittico che non perde mai di verosimiglianza.

LEGGI L’INTERVISTA AD ANDREJ NIKOLAIDIS



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