L’arte nel sangue

L’arte nel sangue

Londra, novembre 1888. Watson, sposato da pochi mesi con Mary Morstan, è seduto davanti al camino e legge rilassato, assaporando i piaceri della vita coniugale, quando un fattorino trafelato gli porta un messaggio scritto. Mrs Hudson lo prega di andare subito al 221B, l’abitazione di Sherlock, perché Holmes ha dato fuoco alle stanze. Watson si precipita in Baker Street, dove vede la carrozza dei vigili del fuoco e i pompieri ricoperti di fuliggine che stanno lasciando l’edificio. Pieno di apprensione corre a chiedere informazioni e gli viene detto che tutti sono incolumi. Tuttavia Mrs Hudson è terribilmente angosciata perché Holmes è in un grave e profondo stato depressivo da quando è uscito di prigione, non mangia e non parla. Watson entra in quello studio così familiare, ora freddo e fumoso: ovunque ci sono pozze, residui dell’acqua usata dai vigili del fuoco per spegnere il rogo e oggetti anneriti o bruciacchiati. Sdraiato sul divano c’è il suo amico, spettinato, pallido, scosso dai brividi e avvolto in una logora vestaglia viola, ha l’aspetto di un moribondo. Watson si sente in colpa per averlo lasciato solo nei mesi successivi al suo matrimonio, ma ora si ripromette di fare tutto quello che è necessario per aiutarlo. Con grande dispiacere scopre che Sherlock ha ripreso a fare uso di cocaina, è apatico, riluttante e fa di tutto per mandarlo via, ma…

L’arte nel sangue è un apocrifo su Sherlock Holmes, il detective creato da Arthur Conan Doyle; l’autrice, al suo esordio letterario, è Bonnie MacBird, una lunga e prestigiosa carriera nel mondo cinematografico hollywoodiano come sceneggiatrice e produttore, che si presenta come appassionata sherlockiana. Nel romanzo ritroviamo le cupe atmosfere delle città inglesi di epoca vittoriana, che richiamano quelle tratteggiate da Charles Dickens, di cui la MacBird ripropone anche la denuncia sociale legata alla rivoluzione industriale. La storia investigativa, infatti, attraversa ceti nobili, borghesia e la classe operaia con le sue misere condizioni e lo sfruttamento dei fanciulli. Nel romanzo sono inseriti tutti gli elementi caratteristici e noti di Sherlock e Watson: i vizi e le virtù, l’intuizione, il grande spirito d’osservazione, la capacità interpretativa, i travestimenti, l’intelligenza analitica. Tra i personaggi personalità storiche e artisti, ma troviamo anche un certo Jean Vidocq, alter ego francese di Holmes, probabile omaggio a Eugène-François Vidocq (1775-1857) primo nel mondo a aprire un’agenzia investigativa; di Jean però sono raccontati per lo più charme e maneggi poco chiari, solo accennata la capacità investigativa con cui avrebbe potuto dar battaglia al collega inglese rendendo il racconto più interessante. Due misteri da risolvere che s’intrecciano, tanti colpi di scena e il gustoso inserimento di un “delitto in camera chiusa” rendono intrigante la storia. Uno stile pulito, asciutto, spesso addirittura scarno, con un buon ritmo narrativo. È evidente che Bonnie MacBird si è lasciata influenzare molto più delle diverse realizzazioni cinematografiche che dalle opere originali di Arthur Conan Doyle e questo per gli estimatori più ortodossi dell’autore può rappresentare un grave handicap, per tutti gli altri resta una lettura piacevole e dal gusto un po’ retrò.



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