L’educazione sentimentale di AK-47

L’educazione sentimentale di AK-47

Kalashnikov. E poi per brevità AK – 47. A volte solo AK, altre volte solo 47. Così storpiano il suo nome i suoi nuovi amici americani. In realtà si chiama Kaliash, viene dall’India nord orientale e si è da poco trasferito negli USA. Ma i suoi coetanei americani preferiscono usare questi pseudonimi, lì usa così, i nomi vengono sempre accorciati. Per Kaliash le difficoltà non mancano, la borsa di studio stenta a arrivare e il denaro non basta mai. Per mantenersi, così, lavora nella libreria universitaria dove conosce Jennifer, che lì è impiegata da anni, è responsabile della sezione umanistica e avrà all’incirca una decina d’anni più di lui. Scopre da chiacchere di colleghi che ha abbandonato gli studi dopo un attacco d’ansia la sera precedente all’esame per il master: in quel periodo, viene a sapere, Jennifer stava con un ragazzo che faceva il barman e che è morto in un incidente, si dice addirittura tra le sue braccia. Insomma, sarà per questo alone tragico, per la sua personalità brillante – Jennifer ha letto più libri di tutti quanti lì dentro – o per la sua pelle candida, ma Kailash prova fin da subito per lei un’attrazione intensa. Peraltro, è l’unica che lo chiama con il suo nome per intero. Lo fa anche quella mattina, gridando al suo citofono. Da quel giorno cominciano a frequentarsi. È molto diverso in America, Kailash pensa che se fosse stato in India forse le avrebbe già chiesto di sposarsi. Lì invece tiene riservato questo rapporto, nota con piacere che i colleghi in libreria se ne sono accorti e spesso gli chiedono se sa quando arriva Jennifer, consapevoli che qualcosa tra loro ci sia. Ma ecco, niente di esplicito o da esplicitare. Non racconta nulla di ciò nemmeno alla sua famiglia quando li sente per telefono. Si rende conto che tra le sue esperienze di vita e quelle di Jennifer c’è uno scarto, notevole. Ma forse è proprio quella diversità che lo attira. Una sera Jennifer gli propone di andare a pattinare, poi finiscono a casa di lei. Prima di partire per l’America un suo amico gli aveva fatto promettere che non appena fosse andato a letto con una ragazza gli avrebbe mandato una cartolina con su scritto “Ho mangiato una ciliegia”. Kailash poco dopo essere arrivato aveva pensato bene di scriverla, sigillarla e spedirla. Ecco, ora rimpiange di non aver aspettato un po’...

“Il ritratto di una mente che si muove tra una cultura nuova, di sua scelta, e quella che si è lasciato alle spalle”, così il “New Yorker” descrive questo volume. Amitava Kumar, scrittore, giornalista e docente universitario di letteratura, nato in India e ora residente negli Stati Uniti, porta in libreria per i tipi di Bollati e Boringhieri un romanzo di formazione “sentimentale”, come si intuisce dal titolo della traduzione in italiano che ben si discosta da quello originale - Immigrant, Montana. Il protagonista cresce e si forma riscoprendo un nuovo rapporto con l’altro sesso, mutuato dal generale diverso approccio alla sfera sentimentale e sessuale che caratterizza la società occidentale. È proprio quest’approccio a configurarsi come una sorta di metro con cui calcolare le distanze e le differenze con il mondo da cui proviene. Emblematica la scoperta della “signorina Ruth”, che in televisione può tranquillamente parlare di sesso, una cosa impensabile nel suo paese. “In India gli unici riferimenti pubblici al sesso erano le pubblicità disegnate sui muri che costeggiavano i binari della ferrovia. Leggendo quei messaggi durante il viaggio da Patna a Delhi per andare all’università, mi veniva l’ansia al pensiero di ciò che mi aspettava quando avrei finalmente conosciuto il sesso. Da quei muri di mattoni lungo i binari, grandi caratteri bianchi in hindi ti esortavano a chiamare un numero di telefono nel caso soffrissi di eiaculazione precoce, disfunzione erettile o polluzioni notturne. Un paese che soffriva in silenzio! Uomini dalla fronte corrucciata che di giorno, in ufficio, si tenevano la testa tra le mani e che poi, a casa, restavano malinconicamente svegli nel buio della camera da letto accanto a mogli tanto mute quanto insoddisfatte”. Un punto di vista originale, insomma, quello offerto da Kumar per raccontare una storia di immigrazione, con tutto il connesso percorso di nuove scoperte, pregiudizi, diffidenza, condito da un pizzico di ironia come quella che attraversa i fatti raccontati. La trama procede in modo frammentario, in un andirivieni nel tempo tra relazioni, passioni, letture e avvenimenti salienti della vita di Kailash, che a tratti disorienta, lasciando il lettore un po’ spaesato in cerca del filo conduttore. Verosimile pensare che ci sia molto di autobiografico in questo romanzo. L’autore è nato infatti nella stessa città indiana del protagonista, Ara, anche se poi cresciuto a Patna; come lui si è trasferito in America negli anni dell’Università, portando avanti i suoi studi alla Syracuse University prima e a quella del Minnesota in seguito e in America vive attualmente, a Poughkeepsie, nello stato di New York, dove insegna al Vassar college. Alle spalle ha diverse pubblicazioni, saggi critici, sceneggiature e collaborazioni giornalistiche; multiculturalismo, integrazione e razzismo sono temi spesso al centro del suo lavoro.



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