L’eresia del cannonau

L’eresia del cannonau
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Quando Ferruccio esce dal carcere, Milano non è più quella rutilante e “da bere” che conosceva un tempo, in quel periodo in cui era ancora libero e disposto a fare soldi con troppa facilità, accettando una scorciatoia non accompagnata però dalla lealtà del resto del gruppo armato. Lui, invece, in tutti quegli anni era stato più che leale, senza mai fare un nome o cedere alla lusinga di uno sconto di pena. Adesso è lì in un bar non lontano dalla Stazione Centrale con un po’ di soldi in tasca a chiedersi cosa fare. Novembre non è un mese amichevole, ma offre, comunque, una pagina bianca a chi vuole scrivere il proprio futuro. Potrebbe contattare l’unico “amico”, se così possiamo chiamarlo, conosciuto in cella: Antonio Malugòru, che tanto gli aveva decantato la Sardegna e il suo paesino, Telévras. Certo, lui non ci è mai stato in Sardegna e non ha neanche un telefonino, ma per iniziare avere una destinazione finale può essere un utile punto fermo. Prima, quindi, deve recarsi a Genova da cui si ricorda partono i traghetti. Davanti alla macchinetta automatica per fare il biglietto ha un’esitazione: lui quell’aggeggio non ha mai avuto modo di usarlo. Una ragazza rimane incuriosita da quell’uomo e lo aiuta. Anche lei è diretta a Genova, anche lei va in Sardegna, anzi ci torna dopo anni passati faticosamente lontano dalla sua terra. Conosce benissimo quel piccolo paese dell’Ogliastra ed è disposta ad aiutarlo per raggiungerlo. La prima cosa che gli suggerisce è di prestare attenzione ai soprannomi che si usano in sardo; e Malugòru significa “cuore cattivo”. Quando Ferruccio arriva a Telévras la notte è più scura del cannonau e l’intera comunità è in subbuglio: la figlia di due ambulanti gambiani è sparita…

Gesuino Némus scrive un romanzo territoriale, in cui oltre alle radici anche la narrazione e la lingua con cui viene svolta sono fermamente aggrappate a specifiche zolle di terra. La Sardegna è quella interna della provincia dell’Ogliastra (Telévras è una cittadina immaginaria in cui sono ambientate molte delle storie create da Némus) che profuma di mirto e in cui non è necessario, o meglio poco indispensabile, fare domande. Se conosci Antoni Malugòru, ad esempio, tutti possono immaginare perché, quindi, chiederlo sarebbe alquanto superfluo. La storia d’amore tra Marta e Ferruccio appare un po’ sbrigativa, come la soluzione ai problemi logistici di quest’ultimo che in poco tempo trova aiuto, passaggio e una nuova vita. “Ho sempre confidato nella gentilezza degli sconosciuti” direbbe un’eroina di una pièce di Tennessee Williams, ma in alcuni punti sembra tutto troppo facile (pur considerando la proverbiale ospitalità sarda). Alcuni personaggi sono ben delineati, come Samuele Baccanti, il proprietario della pubblica mescita “Cannonau&Basta”, autore di cartelli irriverenti e geniali che spesso includono Gesù con i suoi apostoli o personaggi mitologici della televisione spazzatura come Mark Caltagirone. Bella l’idea di tradurre tra parentesi le frasi in sardo per permettere a tutti, anche a chi ha poca dimestichezza con questa lingua, di godere della musicalità delle parole dei diversi personaggi. Non si può non citare – poiché riportato anche all’interno del libro – il blues di Claudia Aru: la sua Ghetta Tassa è la perfetta colonna sonora per questa storia di sparizioni e di bevute.



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