L’esploratore Voss

L’esploratore Voss

1845, Laura Trevelyan ha evitato la funzione domenicale con la scusa di una tremenda emicrania. Siede nella penombra del salotto quando la serva, Rose Portion, annuncia l’arrivo di un ospite: Johann Ulrich Voss, il tedesco. Laura sa bene di chi si tratta, un bizzarro straniero che ha deciso di esplorare l’Australia e a cui il suo vivace zio ha deciso di dare una mano. Certo, questo Voss non conosce le buone maniere se si presenta in casa altrui con tanto anticipo, ma Laura sì e ordina alla serva di farlo accomodare. Naturalmente si raccomanda di non servire il porto più buono, basterà quello di tutti giorni. L’uomo entra, è a disagio, gli abiti sono polverosi e logori, la barba non rifinita, nervoso nei gesti, infastidito dalla situazione. L’altera signorina Trevelyan non fa nulla per alleggerire la tensione e si limita a una distaccata e garbata conversazione. Ha il tempo di studiare il suo ospite e farsi un’idea ben precisa su di lui, il suo aspetto, i suoi modi. Insomma, alla fine è inevitabile etichettarlo come rozzo e insensibile. Gli zii rientrano, la sorpresa per la presenza dell’uomo è tangibile e mentre le donne si affrettano a organizzare il pranzo, lo zio Edmund Bonner lo trascina nello studio per mettere a punto i dettagli della spedizione. Chi fornirà la farina, chi il bestiame, chi metterà a disposizione la propria casa nelle tappe di partenza e chi parteciperà all’impresa? Bonner ha qualche nome fidato da suggerire (o imporre, visto che è la sua rete di contatti a permettere di trovare fondi e scorte), ma Johann ha già la sua lista: Harry Robarts, il ragazzo conosciuto durante il viaggio in nave, che dimostra una autentica venerazione nei suoi confronti; Frank La Mesurier, colto, altero, irrequieto, abituato a “lottare col proprio demone”, proprio come Voss; il naturalista Palfreyman, curioso e assetato di conoscenza, in cerca di un equilibrio interiore; Turner, rozzo, istintivo, che ha ben poco da perdere avendo ben poco realizzato. Bonner storce il naso, non sono esattamente elementi a lui congeniali, ma Voss non sembra disposto a cedere e ha poca importanza che altri investano risorse nella spedizione, in fondo è lui l’esploratore, il solo che dovrà prendere le decisioni, l’eroe il cui nome dovrà entrare nella storia…

“La sete, la febbre, l’esaurimento fisico, pensò, sono, per un uomo, meno micidiali dei suoi simili”. In questa frase c’è tutta l’incapacità di Voss di interagire con gli altri uomini, i suoi simili rispetto ai quali si sente superiore. La sola capace di conquistarlo è Laura, una donna che resterà a distanza, idealizzata, irraggiungibile, intoccabile. A unirli l’orgoglio e un forte senso di scollamento rispetto agli altri. Voss ha bisogno di spazi immensi in cui perdersi e consumarsi, ha bisogno di indefinitezza e leggenda o la sua esistenza non avrà alcun senso. Che sia un uomo vanaglorioso, inesperto, poco lungimirante e incapace è secondario. La figura di Voss è ricalcata su quella di Ludwig Leichhardt, esploratore tedesco dato per disperso nel 1848, in seguito a un’esaltante quanto maldestra spedizione da cui non fece ritorno. La sua figura è avvolta dalla leggenda, anche se i giudizi nei suoi confronti non sono lusinghieri, come scrive lo stesso Thomas Keneally nell’introduzione al romanzo. Leichhardt, come Voss, era afflitto dalla smania di conoscenza, ma era altrettanto arrogante e incompetente. Della sua scomparsa si sa poco, potrebbe essere stato vittima dei maori o essere morto di stenti, potrebbe avere compiuto l’impresa di raggiungere il deserto di Simpson ed essere morto lì, incapace di tornare sui suoi passi. A unire questi due uomini è la penna di Patrick White, nato a Londra nel 1912, che ha viaggiato avanti e indietro tra l’Inghilterra e l’Australia senza sentirsi a casa davvero in alcun luogo. Ha cercato di dare voce alla selvaggia terra australe attraverso i suoi romanzi, ma proprio qui non sono stati mai accettati e compresi (eppure in Inghilterra lo ha raggiunto il successo). A penalizzare White, autore intenso e capace di rendere tangibili sia la polvere del deserto che l’animo dei suoi personaggi, è proprio la sua capacità di scavare a fondo nell’ambiguità di questa terra difficile. White ha combattuto in guerra, ha fatto la spia, poi è diventato agricoltore e allevatore di cani, ma è la scrittura la vocazione della sua vita, una vita trascorsa accanto a Manoly Lascaris, il suo compagno. Insieme hanno affrontato l’atmosfera di censura bigotta del periodo. White ha raggiunto la fama grazie ai tre romanzi The Tree of man, L’esploratore e I passeggeri del carro, ma sono numerose le sue pubblicazioni tra romanzi, teatro e racconti, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1973. L’unico desiderio che White non ha potuto soddisfare (e ha tentato in tutti i modi) è stato quello di vedere il suo amato esploratore trasformato in un film.



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