L’estate del gigante

L’estate del gigante

Dopo aver percorso il tragitto da Canterbury a Roma e battuto la via per Gerusalemme, nel 2016 Enrico realizza un altro sogno e copre gli oltre 2000 chilometri fra Torino e la tomba di San Giacomo in Galizia. Il trittico dei “pellegrinaggi maggiori” dell’Europa medievale è completato. Seguendo il motto caro a Sigismondo Pandolfo Malatesta, secondo cui il tempus loquendi deve alternarsi al tempus tacendi, e che certamente può valere anche per la “danza sacra del cammino”, Enrico fra un grande viaggio e l’altro è solito dedicarsi a percorsi più brevi e tecnici, soprattutto itinerari montani dell’Alta Italia. In particolare sono le Alpi occidentali a richiamarlo con una forza antica e a suscitare in lui il desiderio, quasi l’urgenza, di compiere un giro intorno alle montagne più alte d’Europa, by fear means, in modo non molto diverso da un camminatore di cento o duecento anni prima. Il segno premonitore di quella che sarà la sua scelta è una foto che risale alla metà degli anni ’60, conservata per caso dalla madre, e che ritrae il padre e il nonno Elia sul Col de la Seigne. Da quel momento Enrico decide di partire per fare il giro intorno al Monte Bianco. Raccolte alcune informazioni ed acquistata la guida del percorso, illustra l’idea agli altri soci dell’associazione sportiva gli Psicoatleti. All’iniziativa aderiscono il segretario Jordi Visentin, Linda e Francesco (per tutti Doc) che si sono conosciuti durante le escursioni, innamorati e sposati, Camuno Sovrani, l’architetto, e a pochi giorni dallo scadere del termine per le iscrizioni, Ester, la Belva d’Iseo, e la sua amica Zara Clerici, fisico atletico sormontato da due artificiose tette sferiche. “I magnifici sette” sono pronti. E partono per affrontate il Tour du Mont Blanc...

Con L’estate del gigante Enrico Brizzi, scrittore prolifico, pubblica un interessante resoconto del viaggio intrapreso su uno dei maggiori itinerari escursionistici in Europa, il giro del Monte Bianco. Per una buona percentuale il libro rientra a pieno titolo nella narrativa di viaggio, ma c’è ben altro. Le pagine sono così dense di informazioni, dalla geografia alla storia, dalla letteratura all’antropologia locale, senza dimenticare il mondo delle leggende e delle favole, da assumere anche i contorni un po’ sfumati del saggio. Se le descrizioni dei paesaggi incontrati durante le tappe del viaggio risultano molto dettagliate, forse anche troppo, al punto da imbrigliare leggermente il ritmo della narrazione, le numerose nozioni, che si apprendono senza sforzo, suscitano interesse ed invitano a proseguire la lettura. Si apprende, ad esempio, della leggenda di un mago (o di un fraticello di Aosta, secondo una versione più cara al Cristianesimo) che scatenò contro Satana un potente esorcismo rinchiudendolo dentro il pilastro del Dente del Gigante, della storia del popolano Jacques Balmat e del medico condotto Michel Paccard, i primi a raggiungere la vetta del Bianco sul finire del ‘700, o ancora di Horace-Bénédict de Saussure, il celebre professore di Ginevra, che riesce a sovvertire la verità (almeno fino alla diffusione di The First Ascent of the Mont Blanc di Thomas Graham Brown e Gavin De Beer), passando alla storia come il primo a salire sul Mont Maudit. Si legge del plagio ai danni di una lirica della poetessa tedesca Friederike Brun, realizzato da Samuel Coleridge, il più sregolato fra i Primi Romantici inglesi, con la sua Hymn Before Sun-rise, la prima poesia moderna dedicata al Gigante, delle vicissitudini degli altri romantici Mary Wollstonecraft Godwin (la Shelley di Frankenstein) e del suo fidanzato Percy Bysshe Shelley (che nel 1817 scrive il Mont Blanc), della frequentazione delle Alpi da parte di Giosuè Carducci, docente universitario a Bologna e futuro Premio Nobel. Interessanti le riflessioni sulle trasformazioni subite dalle località storiche montane, prima borghi rurali o alpeggi e convertite in pochi anni in stazioni turistiche, meta di masse di vacanzieri privi di velleità alpinistiche o escursionistiche. C’è davvero molto da leggere in questo libro, e soprattutto molto su cui riflettere. Senza dubbio ciò che colpisce di più è rendersi conto di quanto sia ascetico camminare in montagna, “ché la montagna non educa al possesso ma alla condivisione, non all’eloquenza ma al silenzio, non alla volontà ma all’accettazione di ciò che era prima di noi, al rispetto di quel che vive a dispetto di noi, e al sollievo che proviamo nell’intuire che, se pure non ci è concesso di camminare all’infinito fra terra e cielo, il nostro spirito aleggerà in eterno”.



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