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L’età della luce

L’età della luce

Nel 1929, l’anno della grande crisi che devasta l’America e di conseguenza a stretto giro di posta il mondo intero, Lee Miller, ventiduenne di bellezza abbacinante nativa di Poughkeepsie, New York, è a Parigi. Ha tutto inizio lì. È in un bistrot praticamente deserto, o quasi. Non è distante dall’albergo dove risiede in quel periodo, giusto qualche isolato. È nella capitale francese da tre mesi ed è passata lì davanti molte volte: dato che le sue finanze sono misere, quella di oggi è la prima volta che si avventura all’interno del locale. Sta mangiando una bistecca e uno sformato. Placa la sete a furia di mezze caraffe di vino rosso. La carne è ancora decisamente meglio del previsto, ed è immersa in un roux succulento, tra scaglie di patate e gruviera fuso. Cenare da sola non è una novità per lei: da quando è in città non sono molte le occasioni nelle quali ha avuto accanto a sé compagnia. Il cambiamento rispetto a New York, e alla frenesia di quel tempo recente ma che le pare lontano, è evidente. Non sa però cosa la attende, un incontro che rivoluzionerà ogni cosa…

Il passaggio dalla dimensione della short story – che spesso non ha nulla da invidiare al romanzo in termini di solidità e compiutezza narrativa, anzi – non sempre è riuscito. Magari infatti scrittori che di norma hanno una grande efficacia non riescono a esprimere paradossalmente al meglio le loro qualità, perdendo in freschezza e precisione, nella cornice di un testo più ampio, dando l’impressione di una prosa troppo diluita. Whitney Scharer, laureatasi in scrittura creativa – si vede: l’impianto è classico, caratterizzato, come ormai moltissimi, per non dire troppi, romanzi, da un continuo dialogo e movimento fra diversi piani temporali, espediente un po’ abusato che serve a evidenziare l’attualità di certe istanze proposte partendo, e anche questo è comune, da vicende di personaggi reali, testimoni di un tempo, di una società, di un mondo, di un’idea, su cui poi si innesta la fantasia dell’autore – a Washington, prima di scrivere L’età della luce, che pare le sia valso un anticipo a parecchi zeri, ha pubblicato numerosi racconti. Evidentemente però la sua scrittura non deve aver risentito della variazione di modalità espressiva. Infatti il romanzo è comunque molto interessante, in primo luogo per la ricostruzione convincente di ambienti e situazioni e per il non banale approfondimento psicologico, e poi per le figure dei protagonisti, Man Ray e soprattutto Lee Miller. Modella e musa dalla carriera varia e irregolare, che ben presto passa dalle copertine di “Vogue” all’altra parte dell’obiettivo, alle spalle della macchina fotografica, volendo scattare foto, più che esserne la protagonista passiva, Lee, appassionata ostentatrice di sicurezza, come tutte le persone fragili, dai mille interessi, diviene col tempo una grande reporter nei più vari ambiti, nonché un esempio di ricerca di considerazione, affermazione, autodeterminazione e indipendenza, cui Scharer cuce addosso l’aura dell’icona, dell’artefice anticonvenzionale del proprio destino, basandosi su fatti e documenti che rielabora e riorganizza. Tutto questo nonostante la personalità del grande artista surrealista Man Ray, caratterizzata, com’è prevedibile, da un ego ipertrofico, renda il loro rapporto una costante dialettica conflittuale.